The Butler – Un maggiordomo alla casa bianca. Il melodramma sui diritti civili promosso da Obama

Ho visto The Butler. Avevo le lacrime agli occhi perché ho pensato non solo ai maggiordomi che hanno lavorato qui alla Casa Bianca, ma anche a quella generazione di persone che, nonostante talento e qualità, non poteva occupare un miglior posto di lavoro a causa della discriminazione razziale.” Queste parole, non ufficiali, di Barack Obama hanno dato al film quella che si può definire una bella spinta. Dal suo lancio, non più di quattro settimane, la pellicola ha guadagnato quasi 91 milioni dollari di fatturato, affermandosi come uno dei grandi successi della American.

L’ultima fatica di Lee Daniels (Precious, Paperboy), è il racconto di quasi un secolo di storia americana. Lo sceneggiatore Danny Strong (The Hunger Games: Mockingjay) ha tratto il suo romanzo dalla vita di Eugene Allen, maggiordomo alla Casa Bianca tra il 1950 e il 1980. E anche se libro non manca di qualità, il tentativo di condensare sul grande schermo trent’anni di storia rimane comunque una missione suicida. Il film promette di essere il classico melodramma storico alla Spielberg per un’opera che riserva ampio spazio ai moti rivendicatori della causa afroamericana. Trentaquattro anni di vita di un maggiordomo nero servitore di ben sette presidenti degli Stati Uniti. Daniels fa del movimento afroamericano per i diritti civili il suo cavallo di battaglia. I principali movimenti storici (dal gruppo delle Pantere Nere a Martin Luter King, Nelson Mandela fino a Barack Obama) sono nient’altro che pedine della testimonianza del suo protagonista. Ma non lasciamoci abbindolare. The Butler – Un maggiordomo alla casa bianca non è un film politico, tanto meno il semplice ritratto di un uomo nell’ombra.

L’autore colloca la posta in gioco nel cuore del quartetto familiare del protagonista, Cecil (Forest Whitaker), raccontando l’odissea di una famiglia traumatizzata dall’inarrestabile esplosione di due generazioni: vecchi e giovani, genitori e figli, non si comprenderanno tra loro fino al termine degli eventi narrati. È questa forse la parte più bella, quella che dà linfa emotiva al dramma. Come partecipare alla lotta per l’uguaglianza senza sputare su ciò che è stato costruito in anni di domestico servire uomini altolocati e signori di mondo? Padre e figlio si ritroveranno? Daniels convoglia questa esitazione, questo tragico malessere nel volto e nelle rughe d’espressione eternamente dolorose (troppe e troppo stucchevoli) di Forest Whithaker. Il lavoro è pulito, ordinato, ben eseguito ma non decolla oltre la pagina stampata. L’autore dirige un film di livello medio-basso prendendo come spunto un soggetto interessante. Se il protagonista è Forest Whitaker, Oprah Winfrey, regina planetaria del talk show, ne interpreta la moglie. Insieme hanno due figli: uno morirà in Vietnam, l’altro sarà arrestato numerose volte per aver partecipato a proteste. Daniels tiene in mano la macchina da presa riprendendo il tutto con stupefacente moderazione, ma non riesce a regalarci la grande opera che aveva pensato. Viene da chiedersi: cosa avrebbe fatto Spike Lee?

Chiara Roggino

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