Disconnect. La disperazione viaggia sulla Rete, meglio disconnettersi

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Un consiglio: andate a vedere, ora che finalmente esce distribuito da Aurelio De Laurentiis, “Disconnect” di Henry-Alex Rubin, americano, figlio quarantaduenne dello storico dell’arte James H. Rubin. Viene dalla pubblicità, ma non si direbbe, esattamente come il povero Tony Scott o il fratello Ridley. Sistemato tra i fuori concorso a Venezia 2012, l’esordio è una sorpresa che non arriva fuori tempo massimo, nel senso che era difficile rovistare ancora nei misfatti nella vita occidentale perennemente connessa alla rete estraendone qualcosa di nuovo, una parabola morale – non moralistica – a storie intrecciate, un po’ alla maniera di “Crash”.
Racconta il regista americano: «L’ispirazione è venuta allo sceneggiatore Andrew Stern. Una sera a cena con degli amici ha notato che ognuno parlava con qualcun altro al cellulare. Così abbiamo cominciato a porci delle domande sull’uso nevrotico e compulsivo della comunicazione via computer, del bisogno di interagire via mail o twitter». Aggiunge il regista: «Tutti ci siamo sentiti soli qualche volta, è una condizione universale. Solo che sempre più spesso persone usano la tecnologia per sentirsi legati, “connessi”, a qualcuno, perdendo di vista l’esistenza di figli, mogli, mariti, amici cari».
Esattamente quanto capita in “Disconnect”, dal regista definito «una lettera d’amore a chi si sente imperfetto». Storia corale, si diceva, per raccontare l’uso smodato di telefonini e iPad, il mondo delle videochat con ragazzi disposti a tutto, anche a masturbarsi, per chi paga, i forum in cui ci si confida ogni segreto, il cyber-bullismo tra adolescenti con conseguenze tragiche, i furti di identità e la perdita di ogni sicurezza economica. Una devastazione sociale difficile da contrastare, basta far caso alla nostra vita quotidiana.
Una giovane coppia che ha appena perso il figlio, in crisi sul versante sessuale, si ritrova con il conto in banca svuotato, derubata di password e dati personali: lui scommetteva in rete, lei cercava qualcuno con cui “parlare” del lutto. Insieme cercheranno di vendicarsi. Un adolescente timido e sensibile, con talento musicale, è preso di mira da due compagni di classe che lo sputtanano dopo avergli fatto credere di chattare con una bella ragazza: non reggendo alla vergogna, tenta il suicidio, e il padre avvocato inizia ad indagare. Una cronista televisiva in carriera trova lo scoop stringendo amicizia con un diciottenne “sexcam boy” che lavora per una losco figuro, solo che al giovane piace fare quel lavoro e intanto l’Fbi ricatta la donna per farla parlare. Infine un ex poliziotto vedovo, specializzato in frodi e crimini via web, deve fare i conti con il rancore del figlio teen-ager, non proprio candido e innocente. Tutte le storie finiranno per lambirsi nel crescendo ad alto tasso drammatico.
«Il tema del film mi ha toccato in modo personale profondo. Ho tre figli che passano gran parte del cellulare o sull’iPad» spiega l’attore Frank Grillo, che divide la scena con i più noti Jason Bateman, Paula Patton e Andrea Riseborough e Michael Nyqvist, il giornalista svedese di “Uomini che odiano le donne”, ormai stabilmente migrato a Hollywood per ruoli da cattivo grazie alla faccia butterata.
S’intende che il regista, per evitare guai, s’è guardato bene dal citare marchi, loghi e siti reali. «Il film per ora l’avete visto solo voi. Certo non c’era spazio per fare pubblicità a quei prodotti» scherzò il produttore due anni fa al Lido. Vedremo come reagirà il social network. Ma è probabile che “Disconnect”, pur immerso nella cupa realtà contemporanea con notevole scrupolo documentaristico, sia preso come la solita lezioncina moralista. Peccato. Perché, lanciato in Italia con lo strillo «Sulla rete ogni inganno è possibile», è un thriller dolente e non banale, che rovista in quello che fu l’American Dream e oggi rischia di essere solo un incubo, anche economico. Siamo tutti esposti e fragili, come uno dei personaggi, il marito infelice riciclatosi come impiegato dopo aver combattuto in Iraq. «Ero un marine e ora cosa sono? Solo una nullità» urla alla moglie.

Michele Anselmi

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