Carrie. Un remake di troppo per il classico di Stephen King

Inizialmente adattato da Brian De Palma nel 1976, Carrie, primo romanzo di Stephen King, assiste per la terza volta alla sua trasposizione cinematografica. E’ il 2013. Per l’ennesima operazione/riciclo made in Hollywood, Kimberly Peirce (Boys Don’t Cry) si fa garante di una trasposizione del tutto originale per il grande schermo. Rivolto a catturare lo sguardo di una generazione di spettatori che ignorano la storia della goffa liceale che scatena una vera e propria vendetta telecinetica sui suoi compagni di classe, il terzo lungometraggio della cineasta manca il bersaglio. Basta uno sguardo per rendersi conto d’essere lontani miglia dalle atmosfere fascinose, diaboliche e malsane alla De Palma. Lungi da uno stile che, complice la macchina da presa, si fa filtro del reale accumulando immagini sensuali e macabre assieme. La nuova Carrie si muove protagonista  di un racconto cupo narrato tramite un linguaggio horror dove a farla da padroni sono oggetti taglienti, effetti sonori e rivoli di sangue.

Considerando il preoccupante incremento di bullismo tra adolescenti, rivisitare Carrie oggi è sicuramente un’operazione d’interessante impatto sociale. Tale fenomeno conosce e riconosce tra i propri strumenti in ambito web il download di video su You Tube: atti di pubblica ritorsione in cui il più forte schiaccia chi è impossibilitato a difendersi. Per l’ennesima trasposizione su grande schermo, Pierce dà il la intonando subitamente l’atmosfera al genere (horror) che caratterizza la storia. Stiamo per assistere a qualcosa di spaventoso e lo spettatore deve intuirlo immediatamente. Ed ecco il parto di Julianne Moore, una Bibbia zuppa di sangue poggiata su per le scale, urla bestiali che perdurano fino alla nascita della piccola Carrie. Nulla di particolarmente nuovo all’orizzonte. Come conquistare il pubblico? Fare leva su nuovi effetti speciali: tanti e tanto più impressionanti.

Per tutti coloro che hanno dimenticato: Carrie White (Chloë Grace Moretz ) è un adolescente emarginata suo malgrado. La madre (Julianne Moore), fondamentalista cattolica disturbata psichicamente, tenta di indottrinarla ad ogni costo. In seguito a un incidente a scuola, Carrie è presa di mira dai suoi compagni di classe. Un evento che avrà conseguenze tragiche per le compagne responsabili della sua umiliazione, nonché per l’intera comunità. Chloé Moretz è credibile a tratti nelle vesti sanguinolente della ragazza che desiderava solo andare al ballo della scuola ed essere considerata normale, adolescente che reprime del tutto le sue emozioni per poi esplodere in un finale grandguignolesco. Tuttavia nel suo dipanarsi, la pellicola risulta rozza nella messa in scena e carente di novità  per suscitare un nuovo interesse. Il ritmo è assente e i personaggi risultano lungi dall’essere accattivanti. Se il Carrie del 1976 esordì come film d’autore, punto di riferimento per altre pellicole, quello del 2013 non può che risultare un faticoso ripetersi invano. Certi spettri non dovrebbero essere richiamati dall’al di là.

Chiara Roggino

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