La grande bellezza. L’Oscar non è tabù

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Adesso anche lui, benché napoletano e molto scaramantico, comincia a crederci. A credere che “La grande bellezza” possa finire in zona Oscar e pure vincere alla voce miglior film straniero, cioè non girato in inglese. Giovedì 16 gennaio saranno rese note le cinquine, in vista della cerimonia del 2 marzo. Intanto domenica scorsa, nel lussuoso Beverly Hilton Hotel, “La grande bellezza” ha conquistato, nella stessa categoria, un prezioso Golden Globe. Tradizionalmente i premi attribuiti dalla Hollywood Foreign Press Association sono considerati “antipasti” delle mitiche statuette. Non sempre è così: nel 2011 “Io sono l’amore” di Luca Guadagnino fu candidato ai Golden Globe ma escluso dal girone Academy Award. Però l’affresco romano di Sorrentino ha vinto, e fa la differenza, battendo quattro rivali mica male: “La vita di Adèle” di Abdellatif Kechiche, “Il passato” di Asghar Farhadi, “Il sospetto” di Tomas Vinterberg e “The Wind Rises” di Hayao Miyazaki.

Bastava vedere in tv la faccia sorridente del regista in smoking, accompagnato sul palco da uno dei suoi produttori, Nicola Giuliano. «Grazie Italia, questo è un Paese davvero pazzo ma bellissimo» ha scandito in inglese, dopo aver ringraziato collaboratori, moglie e figli. «Crazy» gli è venuto fuori, ma poi, parlando con alcuni giornalisti italiani, s’è corretto: «Ho detto pazzo perché non sapevo dire atipico in inglese. Comunque è un film fatto in Italia e sull’Italia. Agli americani è piaciuta, forse, la libertà con cui è stato utilizzo il mezzo cinematografico per raccontare questa grande cavalcata dentro Roma, una certa umanità».
Seduto a cena accanto a Bono degli U2, fino all’ultimo Sorrentino non ha saputo nulla. «Era come calato un grande silenzio, una specie di coprifuoco. Qui i premi restano segreti davvero. In verità, pensavo che sarebbe toccato a qualcun altro» fa sapere via mail. Per qualche ora potrà rilassarsi e partecipare a tutte le feste che vorrà. «Ci daremo dentro, non manca lo champagne da queste parti» scherza.

Di sicuro per “La grande bellezza”, anzi “The Great Beauty”, il Golden Globe è davvero un altro passo verso l’Oscar. Era dal 1989, da “Nuovo cinema Paradiso” di Tornatore, che un italiano non si imponeva. Con l’Oscar è andata meglio, anche se l’ultimo titolo finito in cinquina è “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini, anno 2006. «Massima scaramanzia, ma secondo me è messo molto bene, hanno fatto un ottimo lavoro» spiega al “Secolo XIX” Riccardo Tozzi, che di “La bestia nel cuore” fu produttore. «Il film di Sorrentino è potente, viene visto come espressione dell’immaginario per cui l’Italia è amata oltreoceano: il bello, l’elegante e il decadente, splendore e degenerazione. Ci spero!».
Ci spera naturalmente Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa, che ha coprodotto e distribuito il film: 7 milioni e mezzo di euro al box-office italiano. Perfino Marco “stracult” Giusti, che su Dagospia ha condotto un’incessante campagna contro “La grande bellezza”, ora fa alla sua maniera gli auguri a Sorrentino. Insieme a mezzo cinema italiano. «Che grande bellezza, Paolino!» cinguetta l’amico Paolo Virzì. Mentre Luca Bizzarri la butta affettuosamente sullo scherzo: «Facile vincere il Golden Globe se non sei su Twitter».
Più istituzionali gli omaggi del ministro Massimo Bray e dell’associazione “100Autori”. Il primo scrive senza troppo sforzarsi: «Sono convinto che sia necessario scommettere sulla nostra industria culturale, sulla qualità e sulle professionalità che ci contraddistinguono da sempre in questo settore, per raccontare l’Italia e le sue grandi bellezze a tutto il mondo». La seconda, espresse «gioia e soddisfazione» per il premio, ricorda che «questa ennesima vittoria non premia solo la forza espressiva del loro lavoro ma rappresenta anche una testimonianza delle potenzialità del cinema italiano di qualità che continua a produrre risultati di eccellenza».

Insomma: che la festa continui. Dopo i quattro Efa berlinesi di dicembre 2013, il primo milione di dollari incassato negli Usa con poche copie, le ottime vendite all’estero, le recenti candidature ai premi Bafta inglesi e ai Goya spagnoli, “La grande bellezza” sta prendendosi una notevole rivincita, specie sul festival di Cannes 2013 che lo snobbò nel palmarès, dimostrando di essere un film capace di varcare le frontiere e parlare a tutti. Più di quanto accadde con lo sfortunato, e pur pregevole, “This Must Be the Place”, girato in inglese tra Irlanda e Stati Uniti, protagonista il camaleontico Sean Penn. Ma Sorrentino ha deciso di riprovarci, se è vero che il suo nuovo e segretissimo progetto, “In the Future”, avrà come protagonista Michael Caine.
Resta il fatto che “La grande bellezza” sembra davvero il film più idoneo, anche sul piano del ritratto di una certa Roma splendidamente disfatta, per piacere alla giuria ristretta dell’Academy chiamata a mettere a punto la cinquina. Perché, appunto, parla un linguaggio universale, racconta lo smarrimento italiano, il declino di questo Paese, anche in chiave di acre metafora. Non a caso certe battute epigrammatiche sibilate da Toni Servillo-Jep Gambardella sono entrate nel discorso comune, nel lessico giornalistico. Una per tutte: «La più consistente scoperta che ho fatto, pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare».

Michele Anselmi

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