Anita B., la parola al regista e al cast

Ieri al cinema Barberini di Roma è stato presentato alla stampa Anita B., diretto da Roberto Faenza e tratto dal romanzo di Edith Bruck Quanta stella c’è in cielo.

Adolescente di origini ungheresi sopravvisuta ad Auschwitz, Anita (Eline Powell) ha perso entrambi i genitori nell’inferno del lager. Viene dunque ospitata dalla sorella del padre, Monika (Andrea Osvart), che vive nel paesino Cecoslovacco di Svikovetz insieme al marito Aron, il figlio Roby e il cognato Eli (Robert Sheenan). In Anita il ricordo dell’Olocausto è forte, ma nella casa di Monika, che rifiuta di essere chiamata “zia” e tratta la giovane con distacco, l’esperienza dei campi di concentramento è bandita da ogni conversazione, in un comune tentativo di lasciarsi il passato alle spalle. Neppure Eli, con cui la giovane inzierà una turbolenta storia d’amore, è pronto per parlare del dramma subìto. In cerca della propria identità e volenterosa di costruirsi un futuro, Anita si troverà di colpo in una situazione inaspettata, cui seguirà una scelta difficile ma definitiva.

In sala, oltre al regista e alla produttrice Elda Ferri, erano presenti i produttori Cecilia Valdarana e Luigi Musini per Rai Cinema e il cast al completo: Eline Powell, Robert Sheehan, Andrea Osvart, Antonio Cupo, Moni Ovadia e Jane Alexander.

Ci parli della questione degli esercenti che hanno fatto dietrofront rispetto agli impegni presi: è vero che il film sta perdendo delle sale?

ELDA FERRI
Sappiamo tutti qual è la situazione del cinema italiano, se non si esce con O1, Warner o Medusa, non si ha la giusta visibilità – questo è il vero problema del nostro cinema, tutti i film hanno diritto ad uscire come gli altri. Ma questo voi lo sapete bene, è una questione che riguarda il futuro del nostro cinema, un futuro che non c’è, e si vede.

ROBERTO FAENZA
C’è stato un equivoco su questo film. Quando si dice che si vuole fare un film su una ragazza appena uscita dai campi di concentramento, subito si prova orrore di fronte alla parola “Auschwitz”. Gli esercenti però non l’hanno visto e non sanno cosa possono avere e distribuire. Questo film ha il diritto di circolare come gli altri.

Cosa ci può dire del lavoro che ha fatto sul testo di Edith Bruck?

ROBERTO FAENZA
Non volevo leggerlo, ma poi mi hanno convinto. Mi piaceva l’idea di confrontarmi con una vita “normale” post-campi di concentramento, con la vita di questa ragazzina che, con un certo candore, si stupisce di non essere accettata dopo Auschwitz. Volevo raccontare questo vuoto cinematografico, dato che sull’Olocausto vero e proprio ci sono moltissimi film ma sul dopo-Olocausto no. Inoltre credo che anche le persone che vogliono dimenticare abbiano le loro ragioni, l’oblio è una scelta che si può comprendere.

Come hai lavorato sul tuo personaggio?

ANDREA OSVART
Beh, il mio personaggio è ungherese, e anche io. Ho convinto Roberto che nessun altro in Italia poteva farlo come me. È un personaggio difficile, pieno di un dolore che però non fa mai vedere, non viene mai in superficie – Monika è una donna indurita dalla mancanza d’affetto. Per quanto mi riguarda, ho volutamente cambiato percorso nella mia carriera, nel 2008 avevo fatto la valletta a Sanremo, e certo, anche quello è un ruolo, ma non è il ruolo che mi interessa. Io non amo molto la tv. Sono dovuta sparire per qualche anno per abbandonare questa immagine, l’immagine che ormai l’Italia aveva di me, poi sono tornata e ho ricominciato facendo Maternity Blues.

ELINE POWELL
Durante il provino avevamo fatto solo alcune scene, non sapevo il viaggio che avrei fatto con il mio personaggio. E quando l’ho capito ho pensato che volevo farlo, ma che sarebbe stato un viaggio molto difficile. Non si vedono lager nel film, ma Anita porta quel mondo con sé, ovunque vada. Ho visitato un campo di concentramento in Belgio, e ho potuto sentire il freddo, lo squallore del posto. Ho pensato: come ha fatto a vivere tutto questo? Sì, avevo studiato la Shoah a scuola, avevo visto foto, letto statistiche, ma non ci si può immaginare davvero niente del genere. Roberto mi ha aiutata molto a far trasparire lo spirito di sopravvivenza di Anita. Dopo anni di prigionia con sole donne, Eli è il primo ragazzo che incontra, ed è naturale che ne sia incuriosita: è bello, intraprendente, è normale che prenda una cotta per lui. Anita, in fondo, vuole solo essere amata dalle persone che la circondano, ritrovare quell’affetto che le è mancato per anni.

MONI OVADIA
Sono debitore a Roberto per avermi fatto vivere questo film, si sono formate delle belle relazioni tra i membri del cast. Non mi sento particolarmente meritevole, perché in un certo senso nuotavo nel mio stagno: sono anni che mi interesso e mi occupo di ebraismo. Il mio personaggio, forse, non ha attraversato la vicenda dei lager, è forse un ex-combattente…Per come la vedo io, non è un sionista, ma vuole portare la vita al centro di tutto, crede che il centro radiante dell’etica ebraica sia la vita. E questo è un concetto che fa parte della filosofia yiddish. Lui è un portatore di quella cultura che è stata sterminata.

Il personaggio di Eli è totalmente negativo secondo lei? E perché Anita si innamora di lui?

ROBERTO FAENZA
Nel libro, Eli forse è ancora più negativo che nel mio film. Io comunque non lo vedo così negativo, è un ragazzo molto giovane, che ha dovuto affrontare una prova molto dura, e che ha una sua personale filosofia di vita. Ma in fondo è anche molto umano. Lei mi chiede perché la protagonista si innamori di lui: beh, Anita esce dai lager che ha 14 anni, e si invaghisce di Eli che è, in ogni caso, molto attraente ai suoi occhi. Poi certo, quando si rende conto che la filosofia di Eli non coincide con la sua, Anita se ne va.

Questo film affronta temi importanti: sottolinea l’importanza della memoria e del non dimenticare un’esperienza drammatica come la Shoah. Che ne pensa di un fenomeno come il negazionismo?

ROBERTO FAENZA
L’Olocausto va ricordato non solo per il dopoguerra, ma anche per fatti più recenti. Noi siamo un Paese senza memoria, e la colpa è della tv. Una cosa si fa e il giorno dopo la si dimentica, con il cinema questo non succede: le cose rimangono vive. Questo non è un film solo sull’Olocausto, ma un film appunto sull’esercizio della memoria. Per quanto riguarda i negazionisti, io credo che sia solo gente alla ricerca della popolarità mediatica, che voglia apparire per un’intervista o pubblicare un libro ecc. Non credo possible che qualcuno dotato di intelligenza possa pensare cose del genere.

Ilaria Tabet

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