Anita B.? Fa paura agli esercenti

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Dicono che Roberto Faenza abbia dovuto pagare di tasca sua una pagina pubblicitaria su un grande quotidiano, “la Repubblica”, per reclamizzare “Anita B.” in modo provocatorio, insomma perché se ne parlasse alla vigilia dell’uscita. Una spesa ingente, affrontata dal regista per controbilanciare un crescente disinteresse, da lui percepito, verso il suo nuovo film, tratto dal romanzo di Edith Bruck “Quanta stella c’è nel cielo”. Che cosa mostra la pagina? Una grande foto in bianco e nero del gerarca nazista Adolf Eichmann durante il processo che portò alla sua condanna la morte, con sopra la scritta: «A quale X-Factor partecipò Eichmann? Anche una domanda così, in una Paese dove i concorrenti di “L’Eredità” non sanno chi fosse Hitler, potrebbe finire in un quiz tv».
Faenza, settantenne regista torinese di film fortunati come “Jonas che visse nella balena”, “Sostiene Pereira” o “Prendimi l’anima”, pensava forse di smuovere le acque, scuotere qualche coscienza, ravvivare il dibattito sulla memoria cancellata (non solo della Shoah). Non sembra esserci riuscito. È fresca infatti la notizia che “Anita B.” esce giovedì 16 gennaio in una ventina di copie o poco più. Non a Milano, non a Firenze; in compenso a Genova sì, al City. Alcuni esercenti si sarebbero sottratti in extremis, accampando scuse riguardanti impegni precedenti, senza nemmeno vedere il film, forse allarmati dal tema: la storia di Anita, una ragazza ebrea di origini ungheresi sopravvissuta ad Auschwitz e accolta nel 1945 tra le montagne di Zvikovez dalla zia Monica, l’unica parente rimasta viva, che la vede come un peso, come la testimonianza di un passato tragico da dimenticare, tanto da allestire l’albero di Natale per rimuovere le radici ebraiche e uniformarsi al clima post-bellico.
Badate bene: nel film non si vede mai il lager di sterminio, Anita rifiorisce fisicamente quasi subito, diventa bella, lavora in una fabbrica, si innamora, viene delusa dal fidanzato a sua volta ulcerato dagli eventi, alla fine, incinta, fugge in Palestina per sentirsi finalmente ebrea tra gli ebrei. «Viaggio serena verso il passato, con un solo bagaglio: il futuro» scandisce sui titoli di coda la protagonista incarnata dalla minuta Eline Powell.
Niente da fare. “Anita B.” è stato percepito dal mercato come uno di quei film “respingenti”, “pesanti”, “da Giornata della Memoria” (le virgolette sono nostre), che il pubblico italiano pare non voglia vedere di questi tempi. Così è scattata una sorta di censura strisciante. Il cinema di derivazione letteraria praticato da Faenza può piacere o meno, ma certo il regista non ha torto quando, evitando di fare la vittima, parla di «equivoco»: «Non ho fatto un film sull’orrore di Auschwitz, ma sul dopo, sul ritorno alla vita. S’è mai visto un commerciante che non guarda neanche la merce per decidere se esporla o no? Certo, non sarà un film in cui si ride a crepapelle, ma tutti abbiamo diritto di cittadinanza, no?».
Meno perifrasi usa invece la produttrice Elda Ferri, quando lamenta «comportamenti gratuiti e violenti, se non esci con 01-Raicinema, Medusa o Warner Bros fai questa fine». Per la cronaca: Raicinema ha finanziato in parte il film, poi però ha deciso di non distribuirlo (ci pensa la piccola Good Films). Magari ne ha troppi…

Michele Anselmi

Lascia un commento