Sorrentino in cinquina: adesso l’Oscar è più vicino

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

C’è da augurarsi che abbia ragione Paolo Virzì. Ormai mesmerizzato da Twitter, cinguettava pochi minuti dopo aver appreso la notizia ufficiale venuta da Hollywood (ora locale 5.37 del mattino, le nostre 14,37): «Sofia si prepari a strillare: “Paolino!!!”. Film belga orribile, il danese nulla di speciale. Mi mancano cambogiano e palestinese, da quel che intravvedo “La grande bellezza” ha già vinto». Bisognerà attendere la cerimonia del 2 marzo, ma certo l’affresco di Paolo Sorrentino è piazzato bene, se non benissimo, per l’Oscar. Dovrà vedersela, appunto, con il belga “Alabama Monroe” di Felix van Groeningen, il danese “Il sospetto” di Thomas Vinterberg, il palestinese “Omar” di Hany Abu-Assad e il cambogiano “The Missing Picture” di Rithy Panh. Tutto è possibile, e il 43enne regista napoletano fa bene a non abbassare la guardia, scaramantico com’è. Ma insomma, sembra la volta buona per l’Italia. Era dal 2006, con “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini, che non si entrava nella cinquina per il miglior film straniero. E l’ultima statuetta in materia risale al 1999, quando toccò a “La vita è bella” di Roberto Benigni (la prima delle dodici vinte dall’Italia è del 1947 con “Sciuscià”).
Fa sapere Sorrentino da Los Angeles tramite Ansa: «Sono frastornato, non ho ancora ben capito cosa stia accadendo, sto quasi sognando, ma ne sono felice. Ci speravo, ci contavo, però qui non si può dare mai niente di scontato. Questo risultato è merito di tutti. Adesso, certo, si gioca la finale».
Vedrete che nelle prossime ore, per amor di polemica, qualcuno tirerà in ballo “La vita di Adèle”, certo molto bello: ma il film di Kechiche era fuori partita, non essendo stato designato dalla Francia, magari con la segreta speranza di concorrere nelle categorie principali. “La grande bellezza”, anzi “The Great Beauty”, invece s’è fatta strada pian piano negli Usa, conquistando la stampa specializzata, totalizzando più di 1 milione di dollari con pochissime copie, vincendo domenica scorsa il Golden Globe e giovedì 16 finendo in cinquina. Ormai è fatta? Quasi, concordano gli esperti di Oscar e dintorni; e anche quest’Italia scettica e distratta, che ha poca fiducia nel proprio cinema oltre che in se stessa, comincia a pensare che sia possibile fare una bella figura al di là dell’oceano.
Carlo Verdone, che in “La grande bellezza” cesella un personaggio tenero e sconfitto, commenta così col “Secolo XIX”: «Gliela farà? Ormai lo do al 50 per cento. Sicuramente è un film che può piacere agli americani. Parla dello smarrimento contemporaneo. Roma, che fu una grande città e ora è solo una città grande, è una scenografia e tutti quelli che attraversano questa scenografia sono anime erranti, smarrite, confuse, penose, sbandate». L’attore-regista, alle prese con l’edizione definitiva di “Sotto una buona stella”, confessa di aver mostrato in gran segreto il suo film a Sorrentino, qualche settimana fa. «Gli è piaciuto, mi ha detto di tener duro, di non tagliare, di combattere. Alla fine, mentre usciva, gli ho detto: “Paolo, sei entrato anche tu sotto una buona stella”. Lui ha sorriso, facendo subito dopo un gesto di scongiuro».
Felici, naturalmente, i produttori Nicola Giuliano e Francesca Cima di Indigo Film, sodali di Sorrentino sin dall’esordio con “L’uomo in più”. Tifano Sabrina Ferilli, che propone per scherzo uno spogliarello a Servillo e Sorrentino in cambio del suo sul set, Ennio Morricone, pure l’Ambasciata Usa in Italia. Mentre Giampaolo Letta e Carlo Rossella, a nome di Medusa che coproduce e distribuisce, dichiarano: «Un momento di grande emozione, questa candidatura, per chi fa cinema con entusiasmo, curiosità e avvedutezza, come riteniamo di operare all’interno del gruppo Mediaset. Una nomination rappresenta la fase più alta del proprio lavoro, interpretando anche un’occasione di splendido rilancio per tutto il cinema italiano alla luce delle sue tradizioni migliori, dopo anni di attesa per una simile circostanza».
In effetti, un’altra bocciatura avrebbe rappresentato un brutto colpo per il cinema nazionale. Non che “La grande bellezza” fosse l’unico film tricolore meritevole di considerazione internazionale, ma, quasi magicamente, ha saputo imporsi su ironie e invidie, pure legittime critiche, riportando in auge un termine quasi dimenticato: “Capolavoro”. E quei 7 milioni e passa di euro incassati in Italia stanno lì a dimostrare che non è impossibile conciliare qualità d’autore e gradimento popolare.

Michele Anselmi

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