C’era una volta a New York. Cartolina sbiadita dell’America che fu

È il 1994. James Gray ha solo venticinque anni ma lascia già intuire un’importante sodalizio: regista e macchina da presa saranno sempre buoni alleati. Basti pensare a pellicole quali Little Odessa, I padroni della notte, Two Lovers. Che ne è stato di C’era una volta a New York? Una caduta di passaggio? Proprio quando l’autore si ingegna a progettare e dirigere un film/melodramma autentico, le cose non vanno come dovrebbero. Gray perde la mano. I colori si impastano alla rinfusa tratteggiando gracili personaggi: frammenti di carta velina pronti a involarsi al primo soffio di vento.

Assecondando un discorso puramente estetico, l’incipit è ottimo, d’innegabile impatto. Grigio sgranato a comporre una cartolina d’epoca. Protagonista la statua della libertà, immensa allo sguardo di minuscoli immigranti levatisi sul barcone a segnare a dito la “Terra Promessa”. Alla fotografia, Darius Khondji dà il massimo, catturando le fascinose scenografie di Happy Massee. Il quartiere ebraico della Big Apple pullula di negozi, vetrine, barboni, poveri disgraziati, uomini e donne a scaldarsi intorno a fuochi di fortuna.

Ma iniziamo dalla storia vera e propria. È‘ il 1920. Ewa Cybulski (Marion Cotillard) e la sorella Magda partono dalla natia Polonia per cercare fortuna in America, terra di aspettative infrante, continente dove non saranno mai accettate. Magda, malata di tubercolosi, è subito isolata e messa in quarantena. All’altra sorella spetterà allora un calvario: tunnel da attraversare per uscirne nudi, orfani di dignità. È il prezzo da pagare per le onerose cure mediche nel tentativo di riprendere la sorella con sé. La giovane cadrà subito tra le grinfie di Bruno: intrattenitore, tenutario di un teatro burlesque, pappone a tempo pieno. A chi affidare il personaggio del cattivo se non a Joaquin Phoenix, da tempo attore feticcio al servizio di Gray? Il resto è tedio e déja-vù per un film che si presenta sotto forma di fiction malriuscita. I personaggi si muovono sulle tavole di un teatrino, donne di strada a mostrare le proprie grazie a clienti bavosi, affamati di sesso. Alcun cenno a sottolineare le comunanze tra vita e finzione: il teatro e l’esistenza al di fuori dell’utero/palcoscenico di terz’ordine, si somigliano più di quanto si pensi. Per le strade d’inverno, sotto ponti vetrificati di ghiaccio a scricchiolare sotto i tacchi, soffia vento gelido. Le donne di vita, sagome tristi e impertinenti, labbra rosso sangue, abbigliate a puntino, sfilano mettendo in bella vista la loro mercanzia.

Marion Cotillard si diletta di mimica facciale abbozzando faccette tristi, una dopo l’altra. La ragazza sola e perduta, il magnaccia che, infiammato di passione per l’emigrante, farà di tutto per tenersela accanto. Del passato delle due misteriose sorelle non viene detto nulla. Solo stralci di sogni qua e là, prati fioriti di bianco, alberi alti e dinoccolati. Il passato è avvolto nel mistero. Cosa c’era prima dello sbarco? Al pubblico non tocca sapere. C’era una volta a New York vorrebbe essere un tributo ai foschi melodrammi degli anni Trenta e Quaranta: storie di amori impossibili e di anime coraggiose che affrontano a faccia nuda le insidie più crudeli. Ma il tentativo di dirigere un dramma d’epoca fallisce miseramente. Sembra che tutti si aspettino il finale, quel The End concorde al resto dello script, degno calar di sipario. Facile dire che il pubblico non verrà deluso.

Chiara Roggino

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