Addio Carlo Mazzacurati, uno sguardo profondo e gentile sul Nordest

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Nell’ultima intervista, concessa a Paolo Mereghetti del “Corriere della Sera” il 24 novembre scorso, durante il Torino Film Festival che gli aveva attribuito il Gran Premio alla carriera, Carlo Mazzacurati diceva una cosa saggia: «Intanto dei gusti del pubblico è bene tenere conto. E poi non c’è da vergognarsi dell’amore per le commedie. Sono contento del loro successo, non ho certo invidia per Checco Zalone, anzi la sua faccia mi fa molto simpatia». Padovano doc, classe 1956, alto, grosso, con un bel faccione da orso incorniciato dalla barba e un sorriso gentile, Mazzacurati è morto ieri all’ospedale di Monselice. Era malato da mesi, un tumore al cervello, affrontato con dignità ed energia, volando spesso negli Usa per curarsi nonostante l’affievolirsi delle forze.

Il suo ultimo film, “La sedia della felicità”, protagonisti Valerio Mastandrea e Isabella Ragonese, uscirà postumo nelle sale, distribuito da Raicinema, dopo l’anteprima mondiale proprio al festival torinese. L’aveva girato di slancio, già provato dal male, tra Roma e quel prediletto Veneto che per lui stava diventando, esteticamente, «una sorta di “condanna”, di prigione», un po’ come per Zanzotto una parete di casa affrescata dal padre pittore. Per questo, adattando per il cinema il racconto di Il’f e Petrof “Il mistero delle dodici sedie”, s’era divertito a trasportare a Jesolo i due protagonisti della storia imperniata su dei gioielli nascosti dentro una seggiola: facendo dell’estetista siciliana Bruna e del tatuatore romano Dino due buffi “spasesati”.

Cinefilo accanito, ma aperto alle altre arti, specie alla letteratura, tanto da girare densi ritratti di Zanzotto, Rigoni Stern e Meneghello, faceva parte di quella “cine-covata” padovana che ha prodotto registi come Enzo Monteleone, sceneggiatori come Umberto Contarello, attori come Roberto Citran. Rimasti amici negli anni e tutti scesi giù a Roma, tranne lui, Mazzacurati, tornato a vivere a Padova dopo un’esperienza nella Capitale, al rione Monti.
Al pari di Daniele Luchetti fu scoperto da Nanni Moretti, che, inaugurando la sua Sacher Film, lo fece debuttare alla regia, nel 1987, col pregevole “Notte italiana”, una specie di thriller esistenziale interpretato da Marco Messeri e ambientato nel delta del Po, zona di rapina dove si estraeva il metano con il pericolo di far sprofondare la terra. Seguirono altri undici lungometraggi, non tutti riusciti, ma alcuni molto belli, volentieri accolti in concorso alla Mostra di Venezia. Alcuni titoli? “Il prete bello”, “Un’altra vita”, “Il toro”, “Vesna va veloce”, i più recenti “La lingua del Santo”, “A cavallo della tigre”, “L’amore ritrovato”, “La giusta distanza”, “La Passione”. Forse la commedia non era totalmente nelle sue corde, in fondo restava “un orso” padovano di poche parole, affascinato dal mondo dei cosiddetti extra-comunitari, dedito a un cinema espressivamente fatto anche di vuoti, sospensioni, paesaggi, spesso “on the road”, vagamente blues.

Se è permesso un ricordo personale, nel 1994 ero tra i selezionatori della Mostra veneziana e non fu facile convincere il direttore Gillo Pontecorvo a pigliare in concorso “Il toro”. Invece quel film itinerante, tenero e toccante, interpretato da Diego Abatantuono e Roberto Citran, conquistò di slancio il Leone d’argento alla regia e fu un piccolo successo anche di botteghino.
Dice al “Secolo XIX” Carlo Verdone: «Un artista serio, colto, molto appassionato. Non dava l’idea del “regista” quanto di uno spettatore incantato. Quando fui giurato a Venezia fummo tutti d’accordo nel dare quel premio a “Il toro”. Ci mancherà. Era un cineasta colto e schietto che cercava la poesia in ogni suo film, fatto di persone autentiche, spesso di umili e semplici». Devastato l’amico e collega Paolo Virzì. «Sono senza fiato, tutto ciò mi sembra solo ingiusto e inaccettabile». È proprio così.

Michele Anselmi

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