Tutto sua madre. L’equivoco dell’identità

Il primo ricordo che ho di mia madre risale a quando avevo quattro o cinque anni. Ci chiama per cena, me e i miei fratelli, dicendo : “I ragazzi e Guillaume a tavola!”. E l’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono ha attaccato dicendo: “Ti abbraccio, mia cara” Si può certo dire che tra queste due frasi ci sia qualche malinteso”.

Ultima chiamata per l’attore. Si va in scena. Nell’oscurità del camerino l’uomo si scruta allo specchio. Lineamenti imbiancati, livida maschera a nascondersi meglio. All’improvviso un asciugamano: rapido spazza via il cerone per una entrée en scène a faccia nuda. Totalmente esposto al giudizio del pubblico nel bene e nel male, l’uomo attraversa le quinte fino a calpestare le tavole del proscenio. Un monologo per raccontarsi dall’adolescenza alla maturità. Solo un letto sul palcoscenico e il corpo e il viso dell’artista naturalmente. Ripreso in primo, primissimo piano. A variare, le angolazioni soltanto.

Membro della Comédie Française da quindici anni, l’attore Guillaume Gallienne affronta il suo primo lungometraggio. Tutto sua madre (Les garçons et Guillaume à table!) è adattamento dello spettacolo teatrale autobiografico scritto dall’artista. Scopo dell’operazione? Migliorare ciò che era stato scritto? Non proprio. Il film si trascina e fatica a trovare il giusto tono. Una delle ingenuità di Gallienne è quella di interrompere le sequenze cinematografiche con microsequenze in cui l’attore dialoga con un pubblico immaginario. Queste pause, oltre a spezzare l’attenzione, riconducono il narrato alla fonte di partenza (il teatro): passaggi disomogenei che non assecondano la fluidità narrativa. Altra conseguenza: lo spettatore ha l’impressione di partecipare a una seduta di psicanalisi di gruppo. In altre parole: pubblico, tu sei il mio strizzacervelli, schermo, tu sei il mio divano. L’esperimento si fa faticoso oltre ogni aspettativa. A che età ci si accorge di essere gay? C’è un momento della vita in cui possiamo dire tranquillamente di essere più o meno omosessuali? La famiglia tutta di Guillaume è convinta della diversità del figlio. Il pargolo, ammiratore numero uno della genitrice (borghese dai modi raffinati e grezzi a un tempo), farà di tutto per assomigliarle alla perfezione, nella voce e nei modi.

Gallienne mette in scena una vita familiare schizofrenica divertendosi nello schernire psicanalisi, apparenze e travestimenti (l’attore, gonnella e tacchi alti, interpreta il ruolo della madre amata/odiata). Attimi di narrazione efficaci ed altri, molti, meno riusciti, la pellicola parla al suo pubblico di giochi ed equivoci identitari. Fino a quando è possibile sostenere il peso di un ruolo che non ci appartiene? La denuncia all’assurdità di certi cliché, è un j’accuse che affonda le proprie radici nell’umorismo. Tutto sua madre è un omaggio sincero alle donne, muse ispiratrici. Se il protagonista adolescente afferma di essersi spesso immaginato attore in pellicole di Almodóvar o Ivory, il regista, in età matura, si muove sul grande schermo tra divertissement e dialoghi che spaziano dal sentore greve della battuta tra ragazzi a un umorismo distaccato, quasi malinconico. Lasciandosi alle spalle la risata, è messo in mostra un dolore di fondo su cui scivolare con più o meno grazia.

Chiara Roggino

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