“Dallas Buyers Club”, il ritorno (in magro) di McConaughey

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Sei anni fa, nel 2008, Matthew McConaughey era un attore finito. Classe 1969, bello, alto e statuario come un dio greco, figlio di petrolieri, protagonista di notti sconclusionate a base di droga e amori con star come Sandra Bullock, Ashley Judd e Penélope Cruz, questo fortunato figlio del Texas sembrava davvero aver detto tutto al cinema. Non gli restava che fare da testimonial, in uno spot mucho gay, a un profumo di Dolce & Gabbana. Invece, dopo due anni di purgatorio e una bel bagno d’umiltà, ha ricominciato daccapo, senza ritoccare il marchio, proponendosi come «una nuova idea» nel cinema d’autore, quello dove si lavora in fretta e si guadagna poco.
Sei film, piccoli e di controtendenza, l’hanno riportato in auge nel mondo dei festival, e cioè “The Lincoln Lawyer” di Brad Furman, “Killer Joe” di William Friedkin, “Bernie” di Richard Linklater, “Magic Mike” di Steven Soderbergh, “The Paper Boy” di Lee Daniels, “Mud” di Jeff Nichols. Il settimo, “Dallas Buyers Club”, ispirato a una tragica storia vera, gli ha fatto appena vincere il Golden Globe e l’ha portato dritto nella cinquina Oscar per il miglior attore. Probabilmente la vincerà, perché è davvero prodigioso nei panni di un rodeo-man texano, omofobo e sciupafemmine, che nel 1985 si scopre malato di Aids e decide di non darsi per vinto a chi gli pronostica solo 30 giorni di vita. Morirà nel 1992, dopo aver sfidato la legge, la polizia e la Fda, mettendo in piedi un traffico di trattamenti alternativi – appunto il Dallas Buyers Club – all’unico farmaco allora usato contro il virus, in dosi massicce e spesso devastanti, il costosissimo Azt (10 mila dollari a paziente, ogni anno).

Volato a Roma con la moglie Camila Alves e i figli Levi e Vida, l’attore dall’arduo cognome ha recuperato peso e tono muscolare. Per diventare Ron Woodroof, il cowboy-elettricista del film di Jean-Marc Vallée, è dimagrito 23 chili in quattro mesi, da 83 a 60, fino quasi a diventare uno spettro, e tenete conto che è un pezzo d’uomo alto un metro e 82. Non è l’unico, anche Christian Bale in “L’uomo senza sonno”, Dennis Quaid in “Wyatt Earp”, Tom Hanks in “Cast Away” o Jared Leto in questo “Dallas Buyers Club” si sono ischeletriti a colpi di dieta per entrare nella parte. Prove estreme che piacciono ai signori dell’Academy, che si dimagrisca, si ingrassi o ci si imbruttisca. Ma lui, McConaughey, ne parla con saggezza. «Il risultato artistico non dipende da quanto si dimagrisce. Questo non è un film su quanto è bravo McConaughey a diventare secco, è la storia di Ron Woodroof, un uomo ammirevole e coraggioso che si oppose a un destino già scritto dai medici. Il manifesto può dare uno shock allo spettatore, ma poi è il film che parla e appassiona. Io sono qui a Roma per raccontare questa storia, non per promuovere “Dallas Buyers Club».

Eppure le domande dei giornalisti si concentrano su quella ferrea dieta condotta sotto controllo medico, in una chiave quasi di eremitaggio casalingo, lontano da party e occasioni pubbliche. «Un’esperienza a suo modo grandiosa: mentale e spirituale. Più perdevo peso dal collo in giù, più sentivo crescere l’energia dal collo in su: leggevo e scrivevo tanto, mi svegliavo alle 4 già carico» confessa con quella voce profonda, dal tono sudista un po’ strascicato.
Certo non è stato facile mettere in piedi “Dallas Buyers Club”. Nessuna major hollywoodiana ha voluto produrlo dal 1997 al 2012, causa combinazione mortale di tre elementi: film d’epoca, dramma sull’Aids, eroe omofobo. Dopo 137 no, il film s’è fatto al risparmio: con appena 5 milioni di dollari e 25 giorni di riprese, gli attori al minimo sindacale, inclusa Jennifer Garner che interpreta una dottoressa responsabile che si appassiona alla battaglia di Woodroof contro la tirannia delle industrie farmaceutiche. Distribuito dalla Good Films, “Dallas Buyers Club” esce giovedì 30 gennaio, e chissà che non si ripeta il piccolo miracolo americano: oltre 20 milioni di dollari al box-office, con poche copie, pure considerando il tema non proprio allegro e la rudezza realistica di alcune sequenze di sesso e malattia.

A chi gli chiede cosa ha imparato dalla battaglia forsennata e vitale di quel cowboy che all’inizio sfotte il povero Rock Hudson salvo poi inventare dal nulla una catena umana di solidarietà, McConaughey risponde così: «La lezione di Ron è presto detta: se vuoi qualcosa, fattela da solo. Nel 1985 nessuno sapeva come curare l’Hiv, la pandemia non era in cima alle priorità delle aziende farmaceutiche, i medici somministravano l’Azt in modo irresponsabile: ammazzavano il virus e tutto il resto». Oggi il cocktail è diverso, l’Aids non è più una malattia di cui vergognarsi, un argomento tabù, una cosa da untori. «La comunità gay ha preso bene il film, da quello che ho letto. Nel girarlo, entrando nella mente e nella condizione di Ron, ho capito ancora meglio come fosse assurda la riprovazione morale dell’America perbenista nei confronti degli omosessuali, messi all’indice, irrisi, offesi».
Ormai conquistato da ruoli sgradevoli, McConaughey fa la sua figura anche in “The Wolf of Wall Street”, dove, gasato e avido come pochi, detta la linea al broker inesperto Leonardo DiCaprio. Questa: «Seghe due volte al giorno per rilassarsi e cocaina per restare svegli». A occhio, un consiglio da non seguire.

Michele Anselmi

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