Dallas Buyers Club. Tutto su McConaughey

A levar di immaginifico sipario, un duetto concede il giusto tono alla messinscena: palpito di tachicardia e silenzio. Poi un respiro ansante tra colpi di tosse. Tre fiati si intrecciano mentre l’orgasmo è consumato da altrettanti amanti occasionali sotto le assi del palco. Stacco di montaggio quando buio e morte rendono il quadro via via più allucinato. Pulsa la pellicola di insano morbo, i colori premono la tela a richiedere vita propria oltre lo schermo. Battito cardiaco mentre il rodeo incombe. L’uomo, il toro, l’occhio annacquato della bestia. Il cowboy viene disarcionato, forse morto. Non è solo uno spettacolo, Ron, ma l’anticipo del tuo calvario.

Dallas Buyers Club è il sesto lungometraggio del cineasta canadese Jean-Marc Vallée. Ne è protagonista un figlio di puttana come tanti, il cowboy omofobo Ron Woodroof (un superbo Matthew McConaughey), uomo degli eccessi: ubriacone, dedito alle droghe, gran puttaniere. 1986 è il tempo del dramma. Viviamo al culmine della crisi provocata dal virus HIV. L’Aids è tra noi e Woodroof non si sente troppo bene. I medici gli danno solo trenta giorni di vita.

In riferimento al protagonista, c’è chi ha intuito nel percorso di consapevolezza della malattia e nella successiva lotta per la vita una sorta di cammino spirituale. Al sedile di guida, l’uomo è fermo lungo l’autostrada, pistola alla mano, deciso a farla finita. Poco dopo un pianto disperato, lineamenti stravolti nell’urlo d’animale ferito. Successivamente l’uomo, con l’aiuto del transex Rayon (Jared Leto), fonderà un club per distribuire gratuitamente, previa quota di iscrizione, farmaci non approvati negli Stati Uniti, ma funzionali ad alleviare i disturbi del male, annullandone in buona parte i sintomi.

Ron è un senza Dio e nonostante tutto lo cerca, pregandolo tra le candele di uno strip club, davanti a un bicchiere di whisky. Certo il film potrebbe intitolarsi Tutto su McConaughey: la pellicola procede insistendo sul corpo del protagonista (trenta chili in meno per interpretare al meglio il personaggio), uomo che non perde la speranza e si ostina a vivere in una realtà medica e (dis)umana che lo dà per spacciato. Incatenato al carattere che interpreta, l’attore gioca il suo ruolo senza risparmiarsi tra spavalderia, ansia e volontà di esserci ancora. Sono piccoli accorgimenti: una piega del labbro, quell’improvviso oscuramento di palpebre, lacrime che si allargano in luminosi sorrisi.

Dietro Dallas Buyers Club,Vallée, regista del Québec, autore mai stanco di mettersi in viaggio. Basti pensare a C.R.A.Z.Y., Victoria e Café de flor, film girati in Canada, Francia e Regno Unito. Assodato ciò, non sorprende vederlo alle redini di questo dramma basato su una storia vera che sembra essere un dono tempestivo in vista della corsa agli Oscar.

Chiara Roggino

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