A proposito di Davis. Era il 1961 al Greenwich Village

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Una battuta che riassume alla perfezione il nuovo film dei fratelli Coen. La sussurra il protagonista Llewyn Davis, cantautore squattrinato nella fredda New York del 1961, e chissà che non venga dal vero Dave Van Ronk (1936-2002), al quale il personaggio si ispira piuttosto fedelmente. Eccola: «Se non invecchia mai e non è mai stata nuova, allora è una canzone folk». Sacrosanta. Tanto è vero che Davis, quello del titolo, ha appena suonato e cantato in un club fumoso la vecchia “Hang me Oh hang me”, una ballata di morte, vagabondaggio e impiccagione declinata in cento versioni, anche nel testo, appunto perché viene dalla tradizione e nessuno sa dire bene chi e quando l’abbia scritta.
“A proposito di Davis”, in originale “Inside Llewyn Davis”, a evocare un disco del 1963 di Dave Van Ronk di cui si rifà quasi uguale la copertina, è un film malinconico, raffreddato nelle emozioni, mai spumeggiante o divertente, a tratti sommesso, parla di un mondo, quello mitico del Greenwich Village, che non esiste più, e viene da chiedersi se avrà un pubblico qui in Italia, anche se i Coen possono contare su uno “zoccolo duro”. Ma è anche un film bellissimo, che ti entra dentro con i suoi vuoti, da andamento lento, come certi arpeggi alla chitarra finger picking che sentiamo, perlopiù eseguiti dallo stesso attore protagonista, lo straordinario Oscar Isaac, uno che canta e suona davvero, non limitandosi a fingere di fare qualche accordo inesistente come capita nei film italiani.

A suo modo un film sulla sconfitta, forse anche sulla differenza tra passione e talento, perché il vero Dave Van Ronk fu senza dubbio un protagonista di quella scena musicale, accanto a gente come Peter, Paul & Mary o Tom Paxton, conquistandosi il titolo di “the mayor of MacDougal Street”, il sindaco della strada dove abitò e che diventò un crocevia di esperienza musicali. Ma poco poté di fronte all’arrivo dal nevoso Minnesota di Bob Dylan, talento puro e ingovernabile, voce già arrochita e armonica pulsante: prima amici e poi rivali, specie quando Dylan soffiò a Van Ronk, incidendola senza dirgli nulla, la versione armonizzata di “The House of Rising Sun”.
Il giovane Dylan appare da lontano, di profilo, mentre canta nel fumoso Gaslight Cafè la sua “Farewell”, prima di diventare famoso, e intanto Davis, chiamato all’esterno del locale, si avvia a prendere una scarica di pugni da un signore misterioso la cui identità sarà chiarita strada facendo: perché il film ha un andamento circolare, spiazza lo spettatore proponendo, nell’incipit e nel sottofinale, una stessa situazione, sicché viene quasi il dubbio di aver assistito a una specie di sogno, o forse no, tutto è tremendamente reale.
Non c’è bisogno di essere esperti o amanti di “folk revival” per apprezzare “A proposito di Davis”, ma certo un po’ aiuta, anche perché il film non ha la ridanciana, picaresca e omerica narrazione di “Fratello dove sei?”, dov’era invece la musica bluegrass e il gospel bianco a scandire il gioco musicale costruito attorno a un altro brano traditional: “Man of Constant Sorrow”.
In realtà anche Llewyn Davis (nome gallese) è un uomo che vive una pena persistente. Nel gelido inverno newyorkese del 1961 dorme dove capita mendicando un letto dagli amici, gira con la sua chitarra Gibson nella custodia, una giacca di velluto sopra il maglione e scarpe troppo leggere per resistere alle intemperie. Ha registrato un disco “da solo” che non ha venduto nulla, il suo ex partner, con cui si esibiva in duo, s’è suicidato, la furente Jean lo riempie di improperi non sapendo se è lui il padre del figlio portato in grembo, la sorella si preoccupa solo che non dica parolacce davanti al figlio, il padre, ex marinaio mercantile, vive sepolto in un ospizio, quasi catatonico (ma quando Davis gli intonerà, forse nella scena più intensa del film, “The Shoals of Herring”, una storiella di aringhe, per un attimo sembra sciogliersi in un sorriso).

Un gatto rosso perso e ritrovato fa da innesco alla storia, abbastanza divagante, senza un centro narrativo, a svelarci via via la natura sconfitta di questo folk singer che pure sa scrivere belle canzoni o reinventarle, dando loro nuova vita, come per “The Death of Queen Jane”. Dopo un viaggio avventuroso in auto insieme a un balordo alla James Dean e un ronfante musicista jazz che detesta il folk, suonerà proprio quel brano al famoso agente-produttore ebreo di Chicago che lo ascolta, ricevendo in cambio la seguente frase: «Non si fanno i soldi con questa roba». Insomma, che torni a fare il comprimario, possibilmente in duo o in trio.
Sembra quasi che i Coen, capaci di muoversi tra piccoli film come “A Serious Man” e spettacolari western come “Il Grinta”, parlino di se stessi, del cinema che fanno, in bilico tra ironia e cinismo, sapendo che non sarà con film come “A proposito di Davis” che si fanno i soldi: infatti, costato una decina di milioni di dollari, ne ha incassati in patria appena 12, nonostante un prestigioso premio a Cannes 2013. Magari in Italia, dove esce distribuito dalla Lucky Red, sarà un successo.

Oscar Isaac, barbetta scolpita, capelli arruffati e sguardo liquido e già rassegnato, è un protagonista perfetto, un perdente pure meschinello, in balia degli eventi, e vale la pena di sentirlo anche su cd, perché suona e canta davvero bene; gli fanno degno contorno, ciascuno con un personaggio ben cesellato anche fisicamente, la scontrosa Carey Mulligan, il monumentale John Goodman, il taciturno Garrett Hedlund, l’asprigno Murray F. Abraham e il barbuto Justin Timberlake. C’è anche un omaggio scherzoso al nostro Pappi Corsicato, un po’ per cinefili, quasi una strizzatina d’occhio all’Italia. Benché il cinema di Corsicato sia esattamente l’opposto di quello dei Coen: cioè spesso fatto di nulla, pura fuffa.

Michele Anselmi


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