La fragilità dei miti: il caso Woody Allen

In poche ore le accuse di pedofilia a Woody Allen e l’overdose di Philip Seymour Hoffman hanno posto l’opinione pubblica di fronte alla fragilità dei miti. Philip Seymour, che ho conosciuto mentre giravo un film a New York, era un attore chiacchierato, ma non avrei mai immaginato che se ne andasse così, alla stregua di un barbone del Village, con un ago conficcato nel braccio. Quanto ad Allen, la lettera aperta di Dylan Farrow al New York Times lancia accuse agghiaccianti. Tanto più sconcertanti se accompagnate dalle fotografie che lo ritraggono con i figli bambini, sorridente accanto a Mia Farrow, la moglie poi divenuta accusatrice. Ricorderete che già qualche anno fa scoppiò la polemica per avere Allen, secondo la Farrow, insidiato la figlia adottiva, l’orfana coreana Soon-Yi, allorchè Mia scoprì alcune fotografie della ragazzina nuda, scattate dal regista. Tutto sommato, dissero i difensori, la cosa non era così grave. Soon-Yi non era stata legalmente adottata da Allen, dunque non ne era il vero patrigno. Inoltre il tempo ha decretato che di vero amore si è trattato. La cosa venne presto dimenticata e l’uomo perdonato dal pubblico. La Farrow invece non si diede per vinta e portò davanti ai giudici l’ex marito per avere abusato della figlia adottiva Dylan, di sette anni. La stessa che scrive oggi contro di lui. Allora i magistrati conclusero che le accuse erano prive di fondamento. Adesso però la lettera non può restare inascoltata. Già c’è chi chiede l’incriminazione, insieme al bando e al boicottaggio delle opere cinematografiche del regista. Le parole più gravi suonano quelle in cui Dylan, che oggi ha 27 anni, si rivolge contro un’opinione pubblica a suo parere dal perdono facile. L’uomo tanto celebrato, scrive, “è la prova vivente del modo in cui la nostra società non riesce a difendere le vittime della violenza sessuale”.

Accusato di essere un pedofilo compulsivo e un “tormentatore”, il regista si è difeso con un comunicato asettico: tutto falso. Questa volta la denuncia è particolareggiata. I media americani hanno avuto prima un momento di imbarazzo, ma ora si stanno lanciando in una crociata che potrebbe travolgere il presunto colpevole sino a indurlo, come si chiede da più parti, a lasciare l’America. Anche Charlie Chaplin se l’è vista brutta quando nel 1942, a 53 anni, si invaghì di Oona, la figlia diciassettenne di Eugene O’Neill. Non l’avesse sposata l’anno dopo, l’America puritana avrebbe chiesto la sua cacciata. Il caso Allen è ben più grave e un comunicato come il suo non può bastare a gettare acqua sul fuoco. Di fronte a tutto ciò nasce spontanea una domanda: lo spettatore comune può scindere in due l’uomo e l’artista? Possiamo andare tranquillamente a vedere un film del genio Allen, vedi il più recente, bello e profondo, in difesa proprio di una figura femminile, e dimenticare le atroci accuse al personaggio? Stando alle reazioni del web, si direbbe che le persone comuni, soprattutto le donne, sono più propense a prendere per buone le imputazioni di Dylan. Terribili in tal senso le sue parole quando si rivolge agli ultimi interpreti scelti dal regista: “cosa faresti se fosse tuo figlio, Cate Blanchett? Louis CK? Alec Baldwin? Cosa faresti se si fosse trattato di te, Emma Stone? O te, Scarlett Johansson?”. Rispetto agli spettatori, i pareri di Hollywood sembrano più cauti. Alcuni colleghi del regista insinuano il sospetto che la lettera accusatoria sia in realtà una bomba a orologeria, lanciata per danneggiare Allen nello stesso momento del Golden Globe alla carriera e della candidatura all’Oscar per “Blue Jasmine”. Pascal Vicedomini, che sta organizzando l’imminente festival Los Angeles-Italia con un notevole parterre di candidati in onore di statuetta, pensa che un’altra vittima di bombe telecomandate sia lo stesso Walt Disney, accusato da Meryl Streep di essere stato un misogino antisemita, proprio nel momento di candidare “Saving Mr. Banks”, il film con Tom Hanks nei panni del mitico creatore di Topolino. Insomma la caccia al colpevole ormai è aperta e c’è da giurare che altre teste sono destinate a essere infangate.

Roberto Faenza

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