Disabili, il cinema italiano li butta in commedia

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Il disabile, anzi il diversamente abile, è la novità del cinema italiano di commedia. Una notevole sorpresa, specie qui da noi, dove la sensibilità in materia non è mai stata delle più accese e le barriere architettoniche continuano a complicare la vita di tante persone. Magari è un po’ merito di “Quasi amici”, lo straordinario film francese di Olivier Nakache ed Éric Toledano ispirata alla vera storia del tetraplegico Philippe Pozzo di Borgo e del suo aiutante domestico Yasmin Abdel Sellou, che nel 2011 ha totalizzato in Italia ben 15 milioni di euro. Un successo pieno, tale da scoraggiare il remake italiano, un po’ sul modello di “Benvenuti al Sud”, annunciato a suo tempo da Medusa. Però gli americani lo rifaranno in inglese. E Christian De Sica da tempo medita di portarlo in scena a teatro con Alessandro Siani. Vedremo se succederà.
In “Quasi amici” si ride e si piange, com’è giusto che sia, ma il tono è realistico, non si edulcora nulla. La buttano più sul leggero, invece, i tre film italiani che nel giro di due mesi hanno piazzato dei disabili nel cuore delle storie con buoni risultati commerciali. “Fuga di cervelli” dell’esordiente regista Paolo Ruffini, “Indovina chi viene a Natale?” di Fausto Brizzi, “Tutta colpa di Freud” di Paolo Genovese. Senza esagerare nel piglio “politicamente scorretto”, i tre film sfoderano personaggi che un tempo avremmo definito, brutalmente, handicappati o addirittura menomati. Un baldo giovanotto sulla sedia a rotelle, oltraggioso e fissato col sesso orale, interpretato da Andrea Pisani; un aitante trentenne con protesi di metallo al posto delle braccia, reso con cura da Raoul Bova, che movimenta la cena di Natale in una ricca famiglia di industriali lombardi; un altro trentenne, sordomuto e con la faccia triste di Vinicio Marchioni, che lavora al Teatro dell’Opera di Roma e ruba il libretto del “Trovatore” facendo innamorare di sé la libraia romantica.
Caso vuole che tutti e tre siano prodotti e distribuiti da Medusa. E proprio Giampaolo Letta, amministratore delegato della società, spiega al “Secolo XIX”: «In realtà sono coincidenze, non esiste un ordine di scuderia. Ma mi fa anche piacere. Sono temi delicati da affrontare, ci vuole garbo e rispetto, ma anche senso dello spettacolo e capacità di spiazzare lo spettatore. Ben sapendo che è facile superare il confine del cattivo gusto, col rischio di offendere qualche sensibilità».
In “Indovina chi viene a Natale?” Bova smaschera l’ipocrisia di quella famiglia facoltosa che pure l’accoglie all’inizio con simpatia, essendo lui fidanzato con la figlia Carolina Crescentini dei due imprenditori Diego Abatantuono e Angela Finocchiaro. Un po’ come accadeva nell’hollywoodiano “Indovina chi viene a cena?” col nero Sidney Poitier. Racconta l’attore, nel film capace di accendere il fuoco in un camino usando solo i piedi: «Da una parte ero felice, questo ruolo perché mi ha offerto una bella opportunità, ma temevo di risultare offensivo verso i portatori di handicap. Una ragazza senza braccia mi ha insegnato molte cose. A parole siamo tutti bravi, ma quanti di noi si vergognano poi anche solo a guardare chi ha una menomazione?».
Non che sia proprio una novità, nel cinema di commedia, la presenza del disabile. Nel 2011 uscì il garbato e sfortunato film di Gianfranco Lazotti, “Dalla vita in poi”, nella quale proprio la semiparalizzata Crescentini incarnava una specie di Cyrano che scriveva lettere d’amore per conto terzi. E prima fu Carlo Verdone a sbriciolare il tabù diffuso: con “Perdiamoci di vista”, nel 1994, mettendo una rabbiosa Asia Argento sulla sedia a rotelle. «Quante me ne disse Mario Cecchi Gori! Sosteneva che ero pazzo a girare una storia d’amore con una paraplegica, che gli italiani detestano i disabili. Invece fu un successo, Asia vinse pure un David di Donatello». Quattro anni dopo arrivò “Gallo cedrone”, dove Regina Orioli incarnava una bella ragazza cieca, segregata in casa dal marito iperprotettivo, che scappava proprio con Verdone finendo col fare la spogliarellista in giro per l’Italia. Anche Giancarlo Giannini s’è cimentato col ruolo sempre arduo del ritardato mentale, con “Ti voglio bene Eugenio” del 2002, ma non fu un’esperienza memorabile.

Poi certo, come avvisa il docente Claudio Villa: «Un disabile sul grande schermo è una presenza scomoda, raramente preso in considerazione. Si pensa infatti che il pubblico possa trovare la cosa sgradevole e quindi decretare l’insuccesso del film. Il cinema ha opposto resistenza per decenni prima di aprire le porte ad argomenti scomodi e disturbanti come l’handicap». Ma è anche vero che, da “Rain man” a “Nato il 4 luglio”, da “Forrest Gump” a “Nell”, da “Il mio piede sinistro” e “Mi chiamo Sam”, il cinema anglosassone, specie hollywoodiano, ha poi saputo governare il tema, perlopiù utilizzando star in una chiave di performance, anche fisica, estrema. Tom Hanks, Sean Penn, Jodie Foster, Dustin Hoffman, Tom Cruise, Daniel Day-Lewis, solo per dirne alcuni. Salvo poi ironizzarci sopra, come fece lo scorrettissimo e insolente Ben Stiller in “Trophic Thunder”.

Michele Anselmi

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