Smetto quando voglio. Arrivano gli spacciatori con 110 e lode

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Lo strillo di lancio sulla locandina non è male, anzi decisamente azzeccato : «Meglio ricercati che ricercatori». Sotto, a mo’ di collettiva foto segnaletica, i sette trentenni, genietti sottoccupati, al centro della commedia di Sydney Sibilia nelle sale dal 6 febbraio in circa 250 copie. L’idea di Raicinema e Fandango è di farne una sorta di bandiera, burlona ma non solo, sui temi della disoccupazione intellettuale, del precariato post-universitario, insomma dello sfascio di questo Paese, dove trovi lavoro solo se raccomandato. Del resto, a leggere le statistiche, l’Italia è l’unica nazione europea dove il tasso di disoccupazione dei laureati è più alto di quello dei diplomati e di quelli con la sola licenza media. In Germania, per dire, il 28 per cento dei giovani trovo lavoro cinque mesi dopo aver preso la laurea, da noi meno del 7 per cento.
Naturalmente il regista esordiente, trentenne e salernitano nonostante quel nome anglofono, si guarda bene dal parlare di satira sociale, quasi fosse veleno da botteghino, e ripete all’infinito sotto lo sguardo spazientito del coproduttore Domenico Procacci: «Noi volevamo fare intrattenimento, divertire la gente, raccontare una storia paradossale, se il film si prende troppo sul serio tutto si sgonfia». E tuttavia, all’anteprima romana, critici e giornalisti, incluso Marco Travaglio, sono venuti perché “Smetto quando voglio” parla, certo per sorriderne in chiave generazionale citando a man bassa serie americane come “Breaking Bad” e “The Bing Bang Theory”, film inglesi come “Lock & Stock” e forse il nostro classico “La banda degli onesti”, di come il crimine ingegnoso alla fine possa diventare l’unica alternativa a un precariato umiliante e senza scampo. Pure di come si possa fare commedia impertinente, a basso costo, senza ricorrere sempre alle stesse facce, agli stessi sceneggiatori, agli stessi registi.

«Mi raccomando, non è una scappatoia da imitare, un modello da seguire, abbiamo giocato e scherzato» mette di nuovo le mani avanti il regista, forse preoccupato, insieme agli sceneggiatori Andrea Garello e Valerio Attanasio, di essere preso alla lettera da qualche laureato incavolato. Nel film succede questo. Il brillante neurobiologo Edoardo Leo, stanco di essere vessato all’università La Sapienza in attesa di un contratto che gli verrà scippato nonostante i meriti, decide di sintetizzare una molecola psicotropa “legale” per estrarne sballanti pasticche di “smart drug” da diffondere nelle discoteche. Da solo non può mettere insieme quel mercato redditizio. Così si rivolge, in stile “Blues Brothers”, agli amici persi un po’ di vista, tutti laureati con 110 e lode, tutti colti e intelligenti, ma costretti ad arrabattarsi, chi facendo il benzinaio e chi il lavapiatti, per sopravvivere. Sono: i latinisti Valerio Aprea e Lorenzo Lavia, l’archeologo Paolo Calabresi, il macro-economista Libero De Rienzo, il chimico Stefano Fresi, l’antropologo Pietro Sermonti.
Una sciamannata banda di nerd, che nessuno sulle prime prenderebbe sul serio. Ma la pillolina prodotta di nascosto, partendo da una gran quantità di eugenolo mischiata con vari ingredienti chimici, diventa subito un successo, tutti la vogliono, e i sette in pochi giorni scoprono quanto è bello essere ricchi. Abiti di lusso, suite panoramiche con vista su Roma, automobili sportive, escort slave, biglietti da 100 euro a sbafo. Naturalmente il traffico non sfugge alla polizia; e neanche al gangster sfregiato Neri Marcorè che, sentendosi minacciato negli affari, rapisce la fidanzata del neurobiologo, Valeria Solarino, impegnata in una comunità di recupero per tossicodipendenti.

Colori sparati e filtrati (il rosso e il verde la fanno da padroni un po’ alla maniera di “Csi Miami”), atmosfera adrenalinica, dialoghi spiritosi tra affondi dialettali, battute in cingalese e riferimenti eruditi. Avrete capito che “Smetto quando voglio” mira al pubblico giovane, lo stesso di “Una notte da leoni”, e certo il barbuto/ciccione Stefano Fresi ogni tanto sembra fare il verso al debordante comico americano Zach Galifianakis.
Rivela Sibilia: «La prima fonte di ispirazione è stato un trafiletto su un quotidiano, il titolo diceva: “Quei netturbini con la laurea da 110 e lode”. Due spazzini che all’alba, mentre puliscono il marciapiede, discutono di Critica della Ragione Pura: è stata a lungo la prima immagine del film». La scena non c’è in “Smetto quando voglio”, ma si vede che gli autori si sono documentati, sul piano dei riferimenti chimici e delle citazioni latine.
Quanto agli interpreti, intonati al clima survoltato e un po’ superficiale, inutile dire che “Full Monty” aveva un altro spessore, alcuni di essi continuano a sentirsi precari, se non tutti. Confessa ad esempio il protagonista Edoardo Leo: «Pur di lavorare ho falsificato il curriculum, inventato titoli di cortometraggi mai girati, scritto di aver frequentato corsi di dizione e scuole». Non è il solo tra i suoi colleghi. Appunto.

Michele Anselmi

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