Una domenica notte: l’Italia non è un paese per cineasti

In gioventù Antonio Colucci ha girato un solo film, un horror, distribuito in homevideo solo in Germania. Quanto basta per meritarsi in paese, nel sud lucano, l’epiteto di “regista”, se non (gratuitamente) di “maestro”. Una passione mai sopita, quella del cinema, che a quarantasei anni torna a galla con una nuova idea, un nuovo film dal titolo vagamente trash e anni Ottanta: L’uomo che uccise la Terra. Ma all’epoca del crowdfunding, trovare fondi, anche con la più rudimentale colletta, non è facile… e un film, senza soldi, si sa, non si gira…

Classe 1985, Giuseppe Marco Albano arriva al suo primo lungometraggio dopo aver già vinto, giovanissimo, un importante Nastro d’Argento nel 2012 con il cortometraggio Stand by Me. E lo fa con un’opera che getta sul tavolo gioie e dolori di chi il cinema lo ha sempre amato, vissuto, visto sin da piccolo, e poi masticato sul set. Una domenica notte è una commedia cinefila capace di parlare del “settore cinema” con sottile ironia, disincantato umorismo, crudo realismo. Un film che fa ridere tanto, che diverte molto, con intelligenza e amarezza, che fa della comicità il grimaldello per raccontarci un dramma sempre più attuale.
Volendo un pochino esagerare, come fanno gli amici di paese, è la storia di un enfant prodige il cui talento è rimasto un seme sepolto nella terra, ucciso dalla terra, confinato in progettini ridicoli promossi da ridicoli committenti, in spot da girare in una scuola o in un supermercato, quando non è il caso di improvvisarsi regista di matrimoni. Storia di un singolo che vale per molti talenti sprecati e non coltivati negli ambienti culturali dell’Italia di oggi. Un Paese, il nostro, in cui il cinema, l’arte, la cultura, sono rimasti di provincia, ai margini, ritenuti non indispensabili per la crescita civile e spirituale di un popolo. La location scelta, quella del materano, territorio di scorribande di quegli americani (“perché gli americani so’ gli americani” afferma uno dei provinati in bianco e nero) che passano di lì per girare devoti film a sfondo biblico, è metafora della desolazione (e della speranza) in cui affoga il cinema italiano.

Una domenica notte è anche riflessione meta-cinematografica su quel “cinema di genere” che spesso non trova credito (finanziario) presso produttori e distributori, a meno che non si faccia avanti un’illuminata e impavida distribuzione indipendente. E stiamo parlando di quei film horror, che un tempo, da Freda a Bava ad Argento, sono stati pregiato biglietto da visita del cinema nostrano. Oggi invece, in particolare quello di genere, rischia d’essere fatto fuori. Proprio come inconsapevolmente fa il protagonista dell’utopico film di Colucci, che pensa di uccidere zombie mentre in realtà sta impallinando gli ultimi umani rimasti sulla Terra. Ecco, in Italia il cinema, se non sovvenzionato, rischia di rimanere uno zombie che cammina.

Ma dietro queste frecciate, c’è anche un film citazionista e ricco di omaggi, da Nuti a Fellini, da Sergio Leone a Tarantino, da Kubrick a Kusturica. Che emana profumo di settima arte da tutti i pori, come dimostrano, in una regia semplice e asciutta, gli strappi mirati che Albano fa proprio per ricordare il grande cinema di un tempo. In merito agli attori, spassoso e comicamente disperato Antonio Andrisani (che troviamo anche al soggetto e alla sceneggiatura). Menzione speciale all’allupato, vivo e vitale Ernesto Mahieux.

Tommaso Tronconi

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