Verdone in crisi, da broker e da padre, si accuccia sotto una buona stella

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

A chi gli chiede che cosa significa vivere “sotto una buona stella”, il 63enne Carlo Verdone risponde così: «Due cose. Avere la salute, mia e delle persone a me care. Vedere i figli, ma direi tutti i giovani di buona volontà, fare qualcosa di concreto nella vita. Solo allora ti senti appagato». Dedicato all’amico Ivo, il collaboratore/factotum morto qualche mese fa, “Sotto una buona stella” esprime bene l’ulcerato stato d’animo del regista-attore romano. Col tempo Verdone sta sempre più assomigliando, fisicamente, al padre Mario; e non ci vuole molto a capire che il nuovo film, a due anni da “Posti in piedi in paradiso”, corrisponde a un sentimento legato all’incedere dell’età, alle strettoie della condizione umana, a una sorta di reazione morale (contro aridità ed egocentrismo diffusi). Il cinema di Verdone, specie quello più riuscito, da “Borotalco” a “Io, loro e Lara” passando per “Compagni di scuola”, consiste nel far vivere una certa amarezza esistenziale all’interno di una commedia di caratteri anche feroce, lasciando intatta l’umanità dei personaggi. Non avendo più l’età, neanche la voglia, di camuffarsi, l’attore, smessi i baffi posticci scelti da Sorrentino per “La grande bellezza”, si misura qui con un tema caro: «La difficoltà di essere genitore e l’incapacità di entrare in contatto con i propri figli». Lo spunto non è autobiografico, benché Verdone abbia due figli suppergiù della stessa età di quelli che vediamo sullo schermo, ma certo qualcosa di personale torna, sottotraccia, nella sceneggiatura scritta con Pasquale Plastino, Maruska Albertazzi e Gabriele Pignotta. Diciamo uno stato d’animo di irresolutezza, anche di inadeguatezza, oltre che di amarezza, che sin dall’inizio troviamo scolpito sul volto di Federico Picchioni (nomi e cognomi contano sempre molto).

Picchioni è un broker divorziato, con sontuosa casa arredata da qualcun altro, cioè la giovane amante sexy-aggressiva titolare di una galleria d’arte, che d’improvviso deve fare i conti con una triplice botta: la morte improvvisa dell’ex moglie, il crollo del reddito causa inchiesta a carico della holding finanziaria presso cui lavorava, l’arrivo in casa dei due figli più una nipotina di colore che non l’hanno mai conosciuto davvero. «Per me è già difficile sentirmi padre, e dovrei essere anche nonno?» confessa l’uomo, nel dirsi «senza palle» sotto lo sguardo affermativo della governante Dolores. Se in “Posti in piedi in Paradiso” era uno dei tre padri separati ridotti in miseria dalle mogli esose, qui Verdone torna protagonista assoluto dividendo la scena coi figli e soprattutto Paola Cortellesi, cioè la rumorosa vicina di casa Luisa Tombolini che all’inizio si spaccia per rumena ma poi scopriremo essere una “tagliatrice di teste”, alla maniera di George Clooney di “Tra le nuvole”. Solo che lei, buona d’animo, prima licenzia implacabilmente e poi trova lavoretti ai poveracci che ha appena messo sul lastrico. A causa equivoco telefonico captato attraverso i muri troppo sottili, Picchioni la crede una escort d’alto bordo, e il resto potete immaginarlo. “Sotto una buona stella” è un film di impianto teatrale, sostanzialmente rinchiuso nei due appartamenti, attigui e ovviamente opposti per tinte e arredi, ricostruiti a Cinecittà. Ogni tanto vorresti che la commedia prendesse aria, che l’incedere degli eventi fosse più coerente, meno a sketch. Ora buffi ora amarognoli, i momenti spassosi sono perlopiù delegati ai duetti/schermaglie tra Verdone e Cortellesi, ben amalgamati e dai tempi perfetti, anche se il film non rinuncia a episodi squisitamente “verdoniani”: l’affettuoso/ironico sfottò del Festival di poesia alternativa 1979 a Castelporziano, la burla da urologo sulla virilità appisolata e l’eiaculazione precoce di un ridicolo casanova veneto, soprattutto il tormentone dialettale e greve affidato ai due produttori musicali incaricati di giudicare il figlio cantautore del protagonista. «Oggi volemo ride, la gente vo’ ride» ghigna in romanesco uno dei due, e Verdone, forse memore della “Terrazza” di Scola, sembra così indicare l’ossessione principe dell’odierno cinema italiano, quel bisogno di farsa che soppianta e imbastardisce la commedia di costume.

Incassata la novità discreta dell’io narrante, il rischio è che questo sessantenne appaia un po’ a una dimensione, non solo “l’uomo senza palle” dell’incipit, ma un capofamiglia solo spettatore degli accadimenti, passivo e pronto a stupirsi di tutto, anche nella recitazione un po’ sottolineata di Verdone. Tea Falco, la figlia e madre sciroccata che sfodera una incongrua calata catanese, non possiede tempi comici e magari non è mai uscita da “Io e te” di Bertolucci; meglio l’altro figlio, incarnato da Lorenzo Richelmy. Il film esce giovedì 13 febbraio, distribuito da Aurelio De Laurentiis, in oltre 730 copie. L’idea è di arrivare almeno a 10 milioni di euro, il cinepanettone “Colpi di fortuna” non è andato bene, superato perfino da “Un boss in salotto”. E pensare che all’inizio il patron del Napoli neanche voleva Paola Cortellesi…

Michele Anselmi

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