Una schiavitù lunga 12 anni nell’ultimo film di Steve McQueen

A tre anni da Shame, Steve McQueen torna al cinema con 12 anni schiavo, racconto impegnativo basato sulla storia vera di Solomon Northup, musicista newyorkese, nato libero e ridotto a schiavo per dodici lunghi anni negli Stati Uniti del 1841. Dopo Spielberg con Lincoln e Tarantino con Django Unchained, anche McQueen si accosta al tema della schiavitù, confermando l’interesse recente del cinema americano nel raccontare un periodo storico così lontano e difficile da rappresentare senza cadere nella retorica. McQueen riesce egregiamente in questo obiettivo: qui niente è retorica, al contrario, si esce dagli schemi, abbandonandosi anche alla crudezza senza censura. Non si tratta semplicemente di parlare della schiavitù, attraverso la vita di chi ha contribuito alla fine di quella barbarie oppure mediante le avventure di un cacciatore di teste, ma piuttosto facendo in modo che l’esperienza drammatica di un uomo, nel corso di dodici anni di prigionia, diventi l’unica vera protagonista. La schiavitù non è solo la cornice narrativa di una triste storia, ma è essa stessa la storia vista attraverso gli occhi di Solomon.

La trama è ispirata alla vita di un uomo ingannato e venduto come schiavo, strappato alla sua famiglia e costretto ad aspettare per poter sopravvivere, facendo i conti con il suo temperamento tutt’altro che accomodante. La storia è tutta lì, in un tempo che spesso sembra fermarsi e in cui non avviene poi molto, ma mai come in questo caso la mancanza di avvenimenti eclatanti risulta alla fine la vera ricchezza della sceneggiatura. I tempi di ripresa sono appositamente molto dilatati, non solo per dare l’effettiva percezione di quanto siano lunghi dodici anni vissuti da schiavo, ma anche per strattonare le emozioni dello spettatore che, mentre attende, si sente maltrattato dalla forza di determinate situazioni.
L’ intento è disturbare lo spettatore o in qualche modo risvegliarlo attraverso un’immagine che non vuole solo commuovere ma quasi colpevolizzare, ponendo l’attenzione sulla reale tragedia umana di una persona impotente, ma sempre dignitosa di fronte all’ingiustizia che è costretta a subire.

Solomon non si dà mai per vinto, lotterà dall’inizio fino alla fine, anche quando sembrerà essersi quasi rassegnato all’idea di non rivedere più i suoi cari. A salvarlo sarà l’incontro con un abolizionista canadese disposto ad aiutarlo mettendosi in contatto con la sua famiglia. Candidato a ben 9 premi Oscar, 12 anni schiavo è destinato a entrare nella storia per la scrittura lineare e per la potenza del messaggio trasmesso che, pur nella sua durezza, ricorda a tutti il valore inestimabile della libertà.

Stefania Scianni

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