In viaggio con Cecilia. Sguardo femminile plurale sulla Puglia

Cecilia Mangini è da considerarsi la più importante documentarista del nostro cinema, un’autrice che tra la fine degli anni Cinquanta e la metà dei Settanta ha raccontato l’Italia, e in particolar modo la Puglia, sua terra d’origine, registrando le trasformazioni socio-economiche e territoriali dovute principalmente al passaggio da una realtà contadina ad una di carattere prevalentemente industriale. In viaggio con Cecilia, Evento Speciale all’ultima edizione del Festival dei Popoli, nasce dal sodalizio artistico con Mariangela Barbanente, originaria, proprio come la Mangini, di Mola di Bari e autrice, a sua volta, di documentari e sceneggiature per la televisione e il cinema come nel caso del recente e bellissimo L’intervallo di Leonardo di Costanzo.

L’intento iniziale delle due registe era quello di documentare con un film on the road i mutamenti della Puglia negli ultimi quaranta/cinquant’anni, ma il caso ha voluto che arrivassero a Taranto proprio nell’estate del 2012, quando i giudici hanno sentenziato che la città è in ostaggio dell’inquinamento che l’acciaieria Ilva produce, ordinando inoltre l’arresto del proprietario Emilio Riva. Il film dunque muta pelle, si modifica per via degli ultimi, cruciali avvenimenti e diviene ancor più necessario nel suo dialogare a ritroso con i temi centrali delle opere realizzate dalla Mangini nei decenni passati. Inframezzato da svariati spezzoni di filmati estrapolati dai suoi documentari degli anni Sessanta, In viaggio con Cecilia s’interroga nuovamente su come sia possibile guardare all’industria che, da una parte, può riscattare una terra creando ricchezza e posti di lavoro mentre, dall’altra, può usarle violenza inquinandola e mettendo a rischio la salute dei suoi abitanti. Per provare a rispondere a queste domande e a confrontarsi con queste tematiche – alle autrici – non resta che parlare con la gente, con chi il territorio lo vive sulla propria pelle. Ecco allora l’incontro con tre ex sindacalisti dell’Italsider – l’attuale Ilva – che la Mangini aveva già intervistato nei suoi lavori passati, in grado di testimoniare come al giorno d’oggi la classe operaia non abbia più quella coscienza d’appartenenza in passato così radicata e vissuta con orgoglio.

Il viaggio prosegue poi a Brindisi, con il Petrolchimico al posto dell’Ilva che, come osserva Mariangela Barbanente, “oggi vede impiegati solo un sesto degli operai che vi lavoravano negli anni Sessanta e Settanta. Qui l’industria è arrivata, ha cambiato la città e poi l’ha abbandonata. Brindisi è una città post industriale con un’altissima disoccupazione perché dopo la fabbrica non c’è stato più niente”. E ancora in stazione, in attesa del treno che le riporterà a Taranto, sono ancora le sue parole a colpire e a ferire: “Brindisi mi è sembrata una città ripiegata su se stessa, dove bisogna parlare a bassa voce perché non ci sono le prove per denunciare e dove chi aveva delle responsabilità è andato via senza voltarsi indietro. Qui non c’è stato un magistrato capace di mettere la politica davanti alle sue responsabilità come è avvenuto a Taranto e la gente è più sola”. Giustamente la Mangini riflette su come tutto ciò sia dovuto a quel lento ma inesorabile processo operato dai poteri forti nell’arco di un trentennio: “una lenta marcia di avvicinamento a quell’Italia fascista in camicia bianca non molto lontana, anche se più civile, da quella in camicia nera”.

Nell’ultima tappa del loro viaggio, in mezzo ai vicoli e alle strade di una Taranto notturna affollata di giovani fuori dai locali, emergono le differenze di vedute da parte delle due documentariste: con l’anziana ma vitalissima Mangini colpita e addolorata dall’inerzia totale emergente dall’incontro con questi ragazzi che, a suo dire, dovrebbero arrabbiarsi per la privazione dei propri diritti e con la Barbanente che, invece, si dimostra più indulgente e comprensiva nei loro confronti. Ne viene fuori un ritratto partecipe e doloroso, seppur con qualche residuo ed esile bagliore di speranza, di un Paese dove, come recita la didascalia finale affidata ad una frase di Antonio Gramsci, “tutti i semi sono falliti eccettuato uno che non so cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia”.

Boris Schumacher

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