Lone Survivor, i Navy Seals come non li avete mai visti

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

La storia è vera, verissima, appena romanzata per esigenze spettacolari, e va bene. Come andò a finire lo dice il titolo stesso, “Lone Survivor”, pressappoco l’unico sopravvissuto. E tuttavia il film di Peter Berg, regista tosto specializzato in film d’azione come il notevole “The Kingdom” e il tedioso “Battleship”, è da vedere, mettendo nel conto una notevole dose d’angoscia crescente. “Lone Survivor” non è il kolossal di guerra patriottico/retorico che glorifica i Navy Seals, quei tosti guerrieri scelti formati dalla Marina che hanno eliminato Osama bin Laden. Il loro motto è noto: «L’unico giorno facile era ieri»; e certo sono forze speciali come poche, uomini temprati alla sofferenza, frutto di una selezione terrificante, fisica e psicologica, come si vede negli spezzoni di documentario (così almeno sembrano) montati nell’incipit, a dirci in quanti mollino durante l’addestramento. Tuttavia lo sguardo del film è onesto, non compiaciuto, naturalmente il tutto dall’interno, visto che a raccontare la storia autobiografica nel libro che ha fatto da traccia al copione è proprio il “sopravvissuto” Marcus Luttrell, ufficiale medico, sullo schermo incarnato da Mark Wahlberg, pure coproduttore.
Intanto una curiosità “estetica”. I Navy Seals portano quasi tutti la barba folta e i capelli lunghi, un po’ sembrano guerrieri greci usciti da “300”, e vai a sapere se è per mimetizzarsi meglio in territorio nemico o è una questione di status speciale. Vitalisti e adrenalinici, ma non “robocop”, nel senso che mettono nel conto la morte o anche di peggio: come finire sgozzati e decapitati a colpi di coltellaccio, magari davanti a una telecamera di qualche talebano.
Ambientato in Afghanistan, nella provincia montagnosa di Kunar, ma girato nei boschi del New Mexico (e un po’ si vede), “Lone Survivor” rievoca una missione finita a puttane. Il tutto avvenne il 28 giugno del 2005, quando una squadra di Navy Seals, quattro in tutto, venne incaricata di uccidere un capo talebano, tal Ahmad Shah, particolarmente feroce e lucido nell’uccidere soldati americani. “Operation Red Wings”, cioè “ali rosse”, il nome in codice. Doveva essere una passeggiata, o quasi, praticamente un’esecuzione da lontano, tramite cannocchiale telescopico e un fucile micidiale per cecchini. Invece tutto andò storto: il super-talebano era protetto da un piccolo esercito ben armato, le comunicazioni radio con la base fecero cilecca, tre pastori rovinarono la sorpresa mettendo i Seals di fronte al dilemma morale se ucciderli o no, e il resto – in un crescendo funesto di eventi – lo scoprirete vedendo il film che dura due ore.
«C’è una sorta di furore in noi, una pulsione a spingerci negli angoli più bui e freddi dell’anima, laddove vivono i mostri» scandisce la voce fuori campo del protagonista. Insomma, nonostante l’armamentario tecnologicamente pazzesco, questi soldati d’assalto probabilmente non hanno tutte le rotelle a posto. Ma è anche vero che il loro non è un lavoro normale, è il mestiere della guerra, dove bisogna essere sempre in palla, pronti a decidere in fretta, a proteggere chi ti sta accanto, a colpire duro e scomparire nel nulla.
Non fu possibile ai quattro di “Lone Survivor”: l’ufficiale medico Marcus Luttrell, appunto, il tenente Michael Murphy, i sottufficiali Danny Dietz e Gene “Axe” Axelson, l’uno tiratore scelto e l’altro esperto in mappe. Guidata a distanza dal maggiore Erik Kristensen, la pattuglia si ritrovò nei fatti isolata, “sperduta”, sotto un pressante fuoco nemico, impossibilitata a mettersi in salvo nonostante l’arrivo di un elicottero di soccorso pieno di Navy Seals. Un disastro insomma, paragonabile a quanto avvenne a Mogadiscio e fu ricostruito al cinema da “Black Hawk Down” di Ridley Scott.
Al grido di «Non abbandonare mai la battaglia!», Luttrell e i suoi vendettero cara la pelle quel giorno, magari pentendosi di non aver ucciso i pastorelli, lesti ad avvertire i talebani, per evitare la riprovazione planetaria sui mass-media. Ma poi fu proprio una tribù afghana, nemica giurata del cattivo di Al-Qaeda, a curare e proteggere il malconcio ufficiale medico, così sorpreso da chiedere al soccorritore barbuto col turbante: «Ma perché lo fate?». Già, perché? Tutto merito dell’antico codice dei Pashtunwali, risalente al periodo pre-islamico, in base al quale bisogna fornire aiuto a chi fugge dai suoi nemici. Sui titoli di coda scorrono le foto dei veri soldati morti, spesso in pose familiari, e infine quella di Luttrell e dell’amico afgano Gulab.
Il film, tutto al maschile e senza una donna, pesca in una nobile tradizione cine-bellica che parte da “The Lost Patrol”, appunto “La pattuglia sperduta” di John Ford, 1934. Ma impressiona il realismo estremo della battaglia, la cura certosina dei dettagli, dal suono dei colpi d’arma alla concitazione della battaglia. Impossibile non chiudere gli occhi quando i quattro si buttano nel vuoto, sbattendo ripetutamente sulle rocce, tra squarci che si aprono e ossa che si rompono. La guerra è bella solo al cinema, e neanche sempre. Negli Usa ha incassato quasi 120 milioni di dollari, da noi lo vedranno in pochi.

Michele Anselmi

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