Saving Mr. Banks. Tutto quello che avreste voluto sapere su Mary Poppins

Vento dall’est / la nebbia è là / qualcosa di strano fra poco accadrà / Troppo difficile capire cos’è / ma penso che un ospite arrivi per me.

È sufficiente pronunciare le parole governante e ombrello nero per spostare il nostro sguardo lungo un immaginifico orizzonte. Spiando tra le nubi su Viale dei Cigliegi, hop, ecco calare dall’alto la bambinaia praticamente perfetta. Ma c’era un tempo passato, un prima in cui la mitica tata non si era ancora affacciata sul grande schermo. Prima di tutto questo, prima di Julie Andrews, c’era un’altra Mary a raccogliere i pezzi di lettera gettati nel camino: una Poppins di carta e inchiostro, personaggio favolistico in grado d’incantare migliaia di bambini in tutto il mondo. Il fato volle che tra tutti quei nasetti incollati a leggere ce ne fosse uno che a suo modo aiutò a segnare la storia. La sua proprietaria aveva un papà fuori dalla norma, un uomo che scoprì presto la sua vocazione: far sì che i sogni diventino realtà. Come non accontentare il desiderio di una bimbetta? Poppins doveva divenire protagonista di un film targato Walt Disney.
La scena si svela nel 1961. Siamo a Londra. Miss Travers è alle prese col suo contabile. L’uomo la esorta a riconsiderare le sue idee firmando i diritti alla Disney prima di una sicura e imminente bancarotta. Dopo vent’anni anni di corteggiamento, Tom Hanks (Walt Disney) la inviterà ad Hollywood, per dimostrarle dal vivo le sue attenzioni nel trasportare Mary Poppins su celluloide.
Emma Thompson, nelle vesti della scrittrice Pamela Travers, zitella dura e apparentemente inacidita, regala una delle migliori performance della sua già luminosa carriera. Alla regia, John Lee Hancock offre un’efficace prestazione, spingendo lo spettatore nel passato, alla sua prima visione del film targato Disney. Hancock è abile nel condurre il gioco filmico su due differenti piani narrativi. Saltando dal presente al passato, l’autore riporta in vita l’infanzia della piccola Travers. Nata e vissuta in Australia, la bimba è alle prese con un papà inventastorie e sognatore obbligato a scendere a compromessi con la realtà nello stanzino di un piccolo stabilimento bancario. Per accettare il quotidiano farà ricorso a una fiaschetta di whisky. Difficile da scordare un padre malato, un papà che inventa magie, non adatto a questo mondo, piedi perennemente tra le nuvole.
Chiunque abbia visto e amato il film di Stevenson sa di trovarsi innanzi a un lungometraggio che non coinvolge bambini soltanto o, per dirla come si deve, Mary Poppins non è un film che parla unicamente di bambini e ai bambini. Mentre Jane e Michael prendono parte a un tè sul soffitto, durante il salto attraverso immagini disegnate col gesso, onnipresente è il profilo e i baffetti del grigio Mr. Banks. Poppins cerca di farlo evadere dal suo piccolo mondo meschino “a forma di gabbia” (la banca e i suoi troppo avidi interessi) per ricondurlo in famiglia. Così si chiude il classico Disney: l’uomo invita moglie e pargoli a un coro strappalacrime (Let go fly a kite), happy end da condividere tutti assieme, tutti un po’ commossi. Aquilone riparato, anche il padre della scrittrice, Mr. Travers, è magicamente redento. Tutto questo grazie a tata Mary il cui messaggio è chiaro: è sempre bene avere i piedi per terra, ma non dimentichiamoci mai di sognare un poco.

Chiara Roggino

Lascia un commento