Felice chi è diverso: il coming out di Gianni Amelio ma non solo

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

La caccia al gay in Uganda, con tanto di prigione fino all’ergastolo e lista di proscrizione sul quotidiano “Red Pepper”, dopo le farneticanti parole del presidente Museveni? Gianni Amelio non si scompone. «Una faccenda disgustosa. Purtroppo non c’è bisogno di andare così lontano. Prima delle Olimpiadi di Sochi un signore che si chiama Putin ha detto queste parole: “Siano benvenuti gay e lesbiche, purché non facciano del male ai nostri bambini”. Per lui pedofilia e omosessualità sono la stessa cosa. È il risultato di una letteratura abominevole». Che fare, allora? «Io ho una teoria, in proposito. Tutta questa omofobia che si respira ancora nell’aria nasce dalla paura di essere froci, di scoprirsi froci».
Regista di film come “Il ladro di bambini”, calabrese, classe 1945, Amelio non parla di “coming out” a proposito del suo documentario “Felice chi è diverso” che esce il 6 marzo in una quindicina di copie (cineclub Don Bosco a Genova). Produce Istituto Luce-Cinecittà, insieme a Raicinema e Cubovision-Telecom. Si sentirebbe ridicolo alla sua età, fa capire, ma certo deve aver a lungo covato l’idea di affrontare omofobia e dintorni, partendo da una condizione umana sempre esecrata, sfottuta, ridicolizzata, osteggiata. «In effetti, mi portavo dietro da anni la necessità di fare un documentario, non un film, per descrivere come l’omosessualità, in Italia, è stata vissuta dagli stessi omosessuali e soprattutto dai media». Titolo colto, molto bello: evoca il primo verso di una poesia di Sandro Penna. Recita per intero: «Felice chi è diverso essendo egli diverso / Ma guai a chi è diverso essendo egli comune». Un messaggio chiaro «contro la trappola del conformismo, specie se deleghi e uniformi il tuo comportamento a quello della comunità» avvisa il cineasta. Che sfodera parole piene di riconoscenza nei confronti di Papa Francesco. «Quanto detto da lui vale più di tutti i “coming out” del mondo. Ricordate? “Chi sono io per giudicare un omosessuale?”. Equivale alla posa di una prima pietra. Facciamogli fare mezzo passo alla volta, diamogli fiducia. Nessun pontefice l’aveva mai detto, anzi cene sono stati che hanno usato parole nefaste contro qualcosa che non è per nulla nefasto, maligno o contro natura».

Venti testimonianze, meglio “racconti di vita”, di uomini piuttosto avanti con l’età, alcuni molto famosi come Paolo Poli e Ninetto Davoli (lesto però a dirsi etero), altri meno noti come l’artista Corrado Levi o il giornalista John Francis Lane, altri scovati qua e là in Italia. Solo uno è giovane: Aron Sanseverino, meno di vent’anni, bergamasco. Arriva per ultimo, a chiudere il cerchio con un pizzico di speranza. «Aron indica la strada e fa una cosa straordinaria quando impedisce alla madre di esprimere pietà nei confronti di un frocio, confessandole subito dopo la propria omosessualità». Amelio usa non a caso, ripetutamente, la parola “frocio”: per sfuggire, lui omosessuale, alla dittatura del politicamente corretto, fors’anche per provocare, specie quando si augura che l’Arci-Gay chiuda per mancanza di materia e che non servano più documentari sul tema.
Certo sembrano lontani gli anni Sessanta, quando, a proposito dei gay, si usavano perifrasi come “le antilopi del vizio”, “le gazzelle rosa”, “i giovani anfibi”; quando Pasolini era rappresentato nelle vignette di Fremura come “il Vate capovolto” e lo stesso Andreotti veniva irriso così, parafrasando Mussolini: “È il buco che traccia il solco e la spada che lo difende”. Poli non nasconde di essersela goduta, praticando «sesso veloce, alla cosacca, e via andare». Ma Amelio non concorda: «Forse dovremmo cominciare a parlare di omoaffettuosità. Non siamo tutti nati per amori alla cosacca, molti di noi vogliono stringere la mano del loro compagno al cinema o immaginarsi in una vita di coppia». Già.

Michele Anselmi

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