Snowpiercer. Dopo la glaciazione

Negli ultimi dieci anni la nuova ondata coreana ha scosso il mondo del cinema: fra i principali artefici di questa rinascita, Bong Joon-ho. Cineasta dallo stile fiammeggiante, ha dimostrato coi fatti di potersi adattare ad ogni genere: thriller, horror, drammi, pellicole di fantascienza. Nei suoi lungometraggi scorre un grande tema comune. Allo stesso modo, autori diversi tra i quali Park Chan-Wook, Lee Chang- Dong e Kim Ki-Duk si sono trovati a lavorare in risposta a una domanda: quale scintilla è in grado di innescare la follia? Tale questione è espressa in modo eterogeneo attraverso personaggi inseriti in situazioni estreme, nel cinema di Lee; recupera un appoggio poetico e surreale in Kim per rivelarsi nei barocchismi di Park. Violenza e politica: ecco i due elementi chiave nel panorama della follia argomentato dal cinema coreano. Peppermint Candy, The President’s Last Bang, Memories of Murder: film politici che tracciano in filigrana un affresco storico della Corea di oggi dove imperversano ancora brutalità e violenza. Ritroviamo questa brutalità in Snowpiercer (basato sulla serie a fumetti francese Le Transperceneige), dove la dimensione politica e con essa il governo totalitarista vengono messi in primo piano.

2031. Paralizzata da una glaciazione, la Terra sprofonda in un inverno senza fine. Gli ultimi rappresentanti del genere umano sopravvivono su un treno, lo Snowpiercer, che percorre il globo senza mai fermarsi. In coda al veicolo i miserabili, gli oppressi; in prima classe abbienti e danarosi passeggeri; a comandare le sorti dei sopravvissuti, su su in cima al carrozzone di lusso, Wilford (Ed Harris), grande ordinatore del nuovo assetto mondiale. Curtis (Chris Evans), novello Spartacus e i suoi compagni, mettono in atto una rivolta per conquistare la locomotiva e fare giustizia. L’allegoria del treno è potente: mastodonte intrappolato in una folle corsa che nessuno ha il coraggio di fermare, arca di Noè umana di un ecosistema distrutto.
Le premesse per la realizzazione di una pellicola nuova, portatrice di una ventata di originalità nel cinema di fantascienza, ci sono tutte. Sulla carta. Chapeau al direttore della fotografia, Kyung- Po Hong. I diseredati degli ultimi vagoni, ultime ruote del carro, sono ripresi in piccoli/grandi piani sequenza dove il colore, marrone sgranato tendente al grigio, illumina i loro corpi e dà luce ai loro volti. Gli sbuffi di fuliggine ombrano e adombrano uomini e cose sì da accennare un moto d’inerte speranza, giorno dopo giorno, per un flusso narrativo che confonde tempo e spazio in un eterno immobile. Tra sfolgoranti scenografie di sushi bar, acquari sottoscatola e giardini pensili, a mancare sono i fatti, quelli che avrebbero dovuto animare una tensione nuova (oltre la revisione della metafora orwelliana, al di là del déjà-vu). Evans, bella faccia da cinema, non aiuta a far progredire la pellicola dal punto di vista performativo: leader tutto muscoli, efficace nel fare a botte e sparger sangue, risulterà assai meno pregnante nei primissimi piani di monologhi scontati e già detti (qui recitati con svogliatezza). Forse l’unico a salvarsi, grande fra i grandi del cinema, è John Hurt. Sarebbe stato bello poterlo ascoltare in lingua, cosa ugualmente auspicabile per il personaggio interpretato da Tilda Swinton, doppiata da Franca D’Amato con un fastidioso birignao.

Chiara Roggino

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