Verdone su Sorrentino: e ora non metta l’Oscar in bagno come Salvatores

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Parola di Carlo Verdone, subito dopo aver saputo da Internet, facendo colazione di prima mattina, che “La grande bellezza” aveva vinto un Oscar come miglior film straniero, quindici anni dopo “La vita è bella” di Roberto Benigni. «Sono felice e onorato. Soprattutto per Paolo Sorrentino, che se lo merita, ogni suo film è una scoperta, non finisce mai di stupire. Gli ho telefonato alle 7.30, era di ottimo umore, meno “freddo del solito. L’unico consiglio che posso dargli è di non fare come Gabriele Salvatores. Non lo metta nel bagno, l’Oscar. Semmai lo lucidi ogni giorno come fa Sofia Loren. O gli faccia una fotografia, la infili dentro una cornice e piazzi la statuetta in cassaforte per non farsela rubare dai ladri. Purtroppo è successo a tanti qui in Italia».
Verdone non ha fatto le ore piccole davanti alla tv. Non per scarso interesse, ma perché ha bisogno di riposare dopo le fatiche legate alla promozione del suo “Sotto una buona stella”, che ha appena superato i 9 milioni di euro al botteghino. Domenica 2 marzo, attorno a un piatto di polpette fatte in casa nel ristorante prediletto di via del Pellegrino, nel cuore della Grande Bellezza, intesa come Roma, l’attore-regista 63enne meditava di mandare un sms all’amico in odore di Oscar. «Paolo non è superstizioso come si racconta, io un po’ sì. Ogni volta che gli ho spedito una mail o un sms, il giorno dopo ha vinto un premio importante. Che faccio, gli scrivo?». Che cosa? «Speriamo che anche stavolta tu sia sotto una buona stella» ha sorriso al sottoscritto parafrasando il titolo del suo film.
In “La grande bellezza” Verdone fa Romano, l’aspirante drammaturgo servile e onesto, con baffetti e occhiali, angariato da un’attricetta cocainomane e mitomane, che torna al paesello, Nepi, nauseato dalla vita capitolina. Confessa, a scanso di equivoci, di non essersela affatto presa per una scena tagliata al montaggio, a suo dire venuta benissimo, dove Romano finiva sessualmente umiliato dalla tizia cretina dopo lo spettacolino a teatro. «Figuriamoci. Sono un regista, ho dato anch’io dei dolori a qualche attore». E ancora, a proposito di presunti malumori infiocchettati da Dagospia. «Ma quale “contenuta amarezza” per essere rimasto a Roma! Sciocchezze. Da Medusa mi avevano invitato, e li ringrazio. Dipendeva da me andare o non andare. Avevo il mio film da seguire. E poi il protagonista assoluto è Servillo, giusto che ci sia solo lui tra gli attori accanto a Sorrentino e ai produttori». Pare, in realtà, che anche Sabrina Ferilli volesse volare a Hollywood, perfino a sue spese: non è stato possibile.
Fino a domenica notte, i bookmakers esperti del ramo davano a 1,20 il successo di “La grande bellezza”, col danese “Il sospetto” secondo a 4,00. Avevano visto giusto. Così come ha visto giusto Sorrentino nell’impegnarsi a scrivere e girare questo affresco magniloquente, che non è una copia degradata di “La dolce vita”, tanto meno “La grande bruttezza” sfotticchiata da qualche detrattore in vena di facile battute. Poi, s’intende, ogni giudizio è lecito.
Da Los Angeles, Sorrentino ha replicato quietamente così: «Alcuni si sono sentiti chiamati in causa e se la sono presa, forse vedendosi rappresentati non al meglio delle proprie doti. Altri, magari, non sono stati chiamati in causa e si sono sentiti offesi perché avrebbero voluto essere nel film». Chiosa Verdone: «Paolo ha usato parole ragionevoli, eleganti e lapidarie per rispondere a critiche spesso inutilmente velenose, anche infantili, forse frutto di un grande equivoco». Quale sarebbe? «“La grande bellezza” non è un film solo su Roma. Paolo usa questa città come scenografia stordente, sfondo quasi metafisico, per descrivere il peregrinare di anime sbandate, depresse, cafone, incattivite. Perfidia e fiele prevalgono su tutto. Credo che all’estero l’abbiano capito più che in Italia. Anche il confronto con Fellini è fuorviante, stucchevole. Fellini amava i suoi personaggi, tutti; Sorrentino no, li giudica, pur riconoscendo loro una bizzarra forza vitale». In effetti è così.

Michele Anselmi

Lascia un commento