Salvatores su Oscar: “Bravo Paolo, sarà più facile fare i tuoi film adesso”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Un sms mandato lunedì mattina presto mentre Paolo Sorrentino stava ancora dormendo dopo i festeggiamenti notturni. Solo tre parole: «Benvenuto nel club». Sorride al telefono Gabriele Salvatores: «Me lo dissero a Los Angeles quando vinsi il mio, di Oscar, per “Mediterraneo”, nel 1992. In fondo è un bel club, no? Basta solo non prendersi troppo sul serio».
d. Dica la verità, Salvatores: la statuetta cambia la vita sul piano economico, concreto?
r. «Sinceramente no, diventa solo più facile fare dei film. All’epoca, prima dell’Oscar, avevo già firmato un contratto con Cecchi Gori. Andava benissimo il compenso. Con l’Oscar cambia però una cosa, decisamente: di colpo non sei più un regista italiano, ma quello là».
d. Dove dovrebbe metterlo l’Oscar, Sorrentino, in bagno come ha fatto lei per sdrammatizzare un po’? O in salotto, da lucidare ogni giorno, come fa Sofia Loren?
r. «Non sapevo della Loren. Ognuno se lo gestisce come vuole. La stanza dipende da come lo prendi. Io l’ho vissuto come un colpo di fortuna, talmente smaccato che forse ho preferito dimenticarmelo. Per questo lo misi nel bagno. Ma oggi ce l’ho anch’io in salotto. La cosa più insidiosa che può capitare è di pensare di averlo meritato. Nel senso che poi entri in competizione con te stesso, e non va bene. Perché rischi di rifare lo stesso film».
d. Un consiglio a Sorrentino dopo la sbornia hollywoodiana per capitalizzare al meglio la statuetta. Insomma: qualche istruzione per l’uso.
r. «Paolo lo conosco abbastanza bene, abbiamo pure gli stessi produttori della Indigo Film. No, nessun consiglio. È uomo accorto e intelligente, non ha bisogno di istruzioni. Penso, in generale, che se raggiungi degli obbiettivi così grandi, poi devi creartene altri, a livello di profondità. Nel mio caso, ripeto, il potere che ti viene dall’Oscar l’ho utilizzato per girare film che magari prima non mi avrebbero fatto fare. Come “Sud” o Nirvana”».
d. Vogliamo parlare di “sources of inspiration”, come ha fatto Sorrentino ritirando l’Oscar? Ha citato Scorsese, Fellini, Talking Heads e Maradona. Su Twitter, complimentandosi con Sorrentino, Paolo Virzì ha invece ha indicato le sue: De Sica, Flaubert, Lou Reed, Igor Protti…
r. «Vediamo. Con Virzì ho in comune Lou Reed, con Sorrentino invece Fellini. Poi avrei un altro musicista: Neil Young. Un calciatore… Essendo io interista non ho dubbi: Eto’o».
d. “La grande bellezza” ha diviso, forse sulla base di un equivoco. È stato visto da alcuni detrattori come un remake acido, stiracchiato e grottesco della “Dolce vita”. Non è riduttivo?
r. «Ma certo. Ovvio, ci sono riferimenti a “La dolce vita”, ma è la forza di Sorrentino sta nel giocare tra la nostra storia cinematografica e il presente italiano. La cosa che mi piace di più, e mi riaggancio a Fellini, è che il film supera il concetto di realismo, mette in campo l’inconscio, ha una qualità quasi metafisica, guarda oltre. E poi…».
d. Continui…
r. «Fellini amava tutti i personaggi, perfino l’omicida-suicida Steiner. Sorrentino ha uno sguardo più cinico, impietoso, moralista. Io preferisco personaggi che partono svantaggiati e inseguono sogni di riscatto, a lui piace indagare nella zona d’ombra, senza offrire particolari speranze».
d. Alcune battute del film sono entrate nel linguaggio comune. Come quando Jep Gambardella scandisce: «La più sorprendente scoperta che ho fatto subito dopo aver compiuto 65 anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare». Concorda?
d. «Concordo. Sono abbastanza vicino ai 65. Una boa importante: non hai più l’infinito svolgersi di una vita davanti, vedi un termine, una strada con una fine. Un atteggiamento giusto, quello di Jep. Io, nel mio piccolo, faccio solo quello che mi va, dico qualche verità senza troppe mediazioni, anche dei no, passo del tempo senza pensare sempre al cinema».
d. Già: una noia essere bravi, si rischia di diventare abili. Ancora Gambardella docet.
r. «Invidio il gusto epigrammatico di Sorrentino, la sua facilità per la scrittura. Io non ho questa qualità. Paolo sa essere icastico e sarcastico, spiritoso e cattivo. Possiede quella cattiveria del bel cinema italiano anni Sessanta».
d. Oscar 1992: quell’anno infuriava la prima guerra in Iraq e le venne spontaneo dire qualcosa di pacifista nel ritirare la statuetta…
r. «Già. Mi avevano detto di non fare dichiarazioni politiche. Ma pensavo che un discorso sulla pace non fosse politica. Vedendo davanti a me tutto il cinema americano, mi venne spontaneo dire: “Facciamo come nel mio film. Fermiamo la guerra, scegliamo la pace”. Due signorine alte, eleganti, subito mi si affiancarono e “gentilmente” mi condussero fuori».
d. Zhang Yimou, il gran sconfitto, la prese male?
r. «Aveva ragione. Il suo “Lanterne rosse” era molto bello. In Cina aveva avuto problemi. L’Oscar l’avrebbe aiutato. Poi, anni dopo, ci siamo abbracciati a Venezia».
d. Durò poco la vacanza a Los Angeles?
r. «Con Abatantuono venivamo dal Messico, dove giravamo “Puerto Escondido” in un paese poverissimo. Los Angeles era Disneyland. Nel ricordo ciò che più mi commuove fu il ritorno sul set. Tutti i campesinos vollero fotografarsi con l’Oscar. Ancora oggi le foto sono esposte in molti i locali di San Luis Real de Quatorze».

Michele Anselmi

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