Micaela contro Scarlett per “Lei”: sfida impari di voci sexy

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Guardate che non è una fisima da puristi, il doppiaggio dei film stranieri va benissimo (se fatto bene), anche se gli italiani dovrebbero forse abituarsi alle versioni originali coi sottotitoli. Ma nel caso di “Her”, cioè “Lei”, un piccolo misfatto è stato consumato. Micaela Ramazzotti è una brava, bella e duttile attrice italiana. Tuttavia la sua non è «la voce di un pc che può farti innamorare», come ha titolato la copertina di “Sette”. “Her” è l’ormai adorato film di Spike Jonze, nelle sale da giovedì 13, che parla di amore virtuale in un futuro prossimo venturo, anche se in materia bisogna intendersi. Ricorderete. Scarlett Johansson è solo una voce, quella di un sofisticato sistema operativo informatico di intelligenza artificiale. E che voce: morbida, sensuale, a tratti arrochita, espressiva, cangiante. Proprio “il Secolo XIX”, dopo l’anteprima al Festival di Roma che valse un premio all’attrice, scrisse: «Non sarà facile per la doppiatrice Ilaria Stagni restituirne la performance, anche perché, nella versione originale, hai quasi la sensazione di vedere l’attrice: tanto è vivida la sua presenza/assenza, la sua capacità di dare concretezza femminile al “personaggio” di Samantha nel rapporto esclusivamente telefonico col protagonista Joaquin Phoenix».
Purtroppo la Bim, che distribuisce, non ha ingaggiato Ilaria Stagni, così precisa nel restituire le intonazioni di Johansson in “Match Point” o “Scoop”; e nemmeno le altre doppiatrici più o meno storiche, come Domitilla D’Amico o Perla Liberatori. No, s’è preferito tentare un’operazione simile a quella escogitata da Jonze, il quale a sua volta aveva usato durante le riprese Samatha Morton, salvo poi “rimuoverla” quando la divina Scarlett si disse interessata alla performance vocale (resta solo il nome del personaggio, appunto Samatha). Si spiega così, allora, la scelta di Micaela Ramazzotti, nell’ambizione di restituire un sapore particolare, friendly e sexy allo stesso tempo, riconoscibile in qualche misura, a quella voce così cruciale nella dinamica drammaturgica.
Purtroppo, però, qualcosa non torna. Basta confrontare su Youtube i due trailer, l’originale e il doppiato. «Hello, I’m here, I’m Samatha» sussurra Scarlett. «Ciao, eccomi, sono Samatha» bamboleggia Micaela, e ti sembra subito di stare dentro un film italiano. «Questo non è un vero lavoro da doppiatrice, qui non c’era un sync labiale da rispettare. Avevo la voce di Scarlett in cuffia e ho fatto lo stesso identico lavoro, cercando di calarmi in questa creatura che apprende velocemente i comportamenti umani anche se non è umana» sostiene nelle interviste l’attrice trentacinquenne, nella vita moglie di Paolo Virzì. E aggiunge: «Samantha è veloce, ironica. Una segretaria, un’amica, un’amante, una donna unica… le manca solo il corpo per essere vera. Per questo credo che servisse un’attrice, un volto conosciuto. Vedendo il film in lingua originale, sebbene non appaia mai, pensi costantemente a Scarlett Johansson». Purtroppo non pensi a Micaela Ramazzotti vedendolo doppiato, e infatti la “chemistry” verbale col professionale Fabio Boccanera, che doppia il malinconico e depresso Joaquin Phoenix, impiega parecchio a trovare il giusto punto di sintesi.
Per chi non sapesse nulla, la storia è questa. Un ometto tenero e gentile, tal Theodore Twombly, deve fare i conti con la dolorosa separazione dalla moglie Christine. Occhiali, baffetti, pantaloni a vita alta, camicie color aragosta, il trentenne vive scrivendo a pagamento lettere personali, spesso amorose. Una sorta di moderno Cyrano. Siamo a Los Angeles, in un futuro ravvicinato. Non pensate a “Blade Runner”, qui tutto è lindo, confortevole, caldo, accogliente, new age, su tinte pastello. E la tecnologia fa il resto, rendendo apparentemente tutto più facile. Solo che la deriva disperata è egualmente dietro l’angolo. Così, dopo essersi rivolto senza costrutto a varie chat erotiche, l’intristito Twombly trova conforto nell’incontro tutto virtuale con Samantha, intelligenza artificiale in guisa di “donna” che ascolta, capisce, s’ingelosisce, orgasma. Il resto al cinema.
Avrete capito quanto contasse azzeccare la voce di Samatha: donna incorporea e insieme reale. La verità è che da qualche tempo, per doppiare certi film americani, pare figo reclutare attori italiani di un certo nome, s’intende pagandoli generosamente, ben più delle “voci” professioniste. Claudio Santamaria ha prestato la propria voce a Christian Bale nella trilogia su “Batman” di Christopher Nolan, Filippo Timi all’arci-criminale mascherato Bane sempre in “Il cavaliere oscuro – Il ritorno”; mentre Pierfrancesco Favino ha doppiato Daniel Day-Lewis in “Lincoln” e prima in “Nine”. Non che sia una novità: anni fa, per volere dello stesso Kubrick e gran dispiacere di Roberto Chevalier, in “Eyes Wide Shut” Tom Cruise parlò all’improvviso con la voce teatrale di Massimo Popolizio. Stonature evidenti, benché il doppiaggio sia per natura una convenzione, se è vero che a lungo De Niro, Stallone e Pacino si sono espressi, sullo schermo, con la voce dello scomparso Ferruccio Amendola. Altro discorso vale per i cartoni animati, dove l’uso dei cosiddetti “talent” presi anche dalla tv funziona da sempre.
Resta il fatto che, pur bravi e abituati alla presa diretta, questi doppiatori-star risultano spesso artificiosi sul piano dell’intonazione, dell’intenzione, dell’espressività. Vale anche per Micaela Ramazzotti: vedi “Lei” e pensi che Benedetta Degli Innocenti, Selvaggia Quattrini o Federica de Bortoli, tutte variamente usate nel film, avrebbero funzionato meglio di lei. E scusate il pasticcio.

Michele Anselmi

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