Ida. Polonia 1962: diventare suora scoprendosi ebrea

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Più di tante parole e teorie, “Ida” dimostra in 80 minuti che cosa può essere un grande film d’autore. Cioè un film dove lo stile si intona alla vicenda e viceversa, senza leziosità; dove la musica non viene spalmata su tutto per timore del silenzio; dove il punto di vista conta, eccome, ma senza sopraffare il palpito emotivo, la complessità della Storia, le contorsioni dell’animo; dove anche un rigoroso bianco e nero tendente al grigio non sembra mai una trovata a effetto.
Il polacco Pawel Pawlikowski, 56 anni, è al suo quarto lungometraggio, dopo “Last Resort”, “My Summer of Love” e “La femme di cinquème”, due girati in Gran Bretagna e uno in Francia. Qui, per la prima volta, fa i conti con la natia Polonia, e sceglie una storia esemplare, che avrebbe potuto trasformarsi in una perorazione politica, con implicita denuncia, sugli anni del cosiddetto Socialismo Reale. Invece “Ida” trascende tutto ciò, senza per questo far impallidire il contesto, trasformandosi sin dalle prime battute in quello che il regista ha definito, opportunamente, «un film sull’identità, la famiglia, la fede, il senso di colpa il socialismo e la musica: volevo raccontare una storia in cui ciascuno ha le sue ragioni, una storia più vicina alla poesia che alla prosa».
Distribuito da Parthénos e Lucky Red, dopo il passaggio al festival di Torino 2013, “Ida” è la cronaca di una scoperta inattesa, di quelle destinate a capovolgere le esistenze, e tuttavia vissuta dalla protagonista con quieta maturità, quasi con matura saggezza. Polonia 1962: Anna, una giovane orfana cresciuta tra le mura di un convento, sta per diventare suora. Il passo è definitivo, quasi naturale: se non fosse che Anna, informata dalla Madre superiora, scopre di avere una zia in città, Wanda, di cui ignorava l’esistenza. Meglio che si conoscano, prima che la ragazza, il cui vero nome è Ida, prenda i voti.
Solo che Wanda, ancora una bella donna, benché dedita all’alcol e a tristi amorazzi, è ebrea, pure comunista convinta: anzi una decina di anni prima, quando veniva temuta come “la sanguinaria”, fu procuratrice in processi-farsa contro presunti “nemici del popolo” finiti con condanne a morte.
«Ecco la suora ebrea!» ironizza Wanda nell’accogliere la nipote, figlia di sua sorella. Le due donne, così diverse per atteggiamenti e morale, sembrano destinate a un veloce rapporto formale, ma in Wanda, forse estenuata dagli eventi vissuti, scatta qualcosa: recupera Ida mentre lei sta tornando in convento e insieme, dentro una FSO “Syrena” 105, l’auto cara ai boss della nomenklatura, partono alla volta del paesello di campagna dove tutto cominciò o forse finì. Ida vuole conoscere, infatti, il destino dei genitori ebrei, dei quali ha un vago ricordo: così il viaggio, trapunto di piccoli incidenti e qualche incontro sorprendente, diventa una sorta di indagine alla ricerca della verità dei fatti. Chi ha ucciso i Lebenstein sotto l’occupazione nazista? E dove sono sepolti i loro corpi?
“Ida” è un film solenne e affettuoso allo stesso tempo, le ironie della zia disillusa e atea («Hai mai pensieri peccaminosi? Dovresti provare, sennò che sacrificio è il tuo?») fanno da contrappunto ai silenzi composti della novizia, a sua volta turbata, forse, dall’incontro con un giovane sassofonista bohémien che in un alberghetto suona col suo complesso “Naima” di Coltrane e “24 mila baci” di Celentano.
In fondo il dilemma di Ida è semplice, ancorché da far tremare le vene e i polsi: scegliere tra la religione cattolica che l’ha salvata durante la guerra e la ritrovata identità ebraica sperimentata fuori dal convento? Accadono molte cose nel film, anche tragiche, ma Pawlikowski non imprime sottolineature melodrammatiche, accarezza la curiosità dello spettatore, che certo fa il tifo per la bellissima adolescente compressa in quel cappotto grigio, i capelli biondi coperti dal velo di lana, salvo poi ritrarsi disciplinando i fatti alla coerenza dei personaggi, specie, appunto, della turbata e incuriosita novizia.
L’insolito formato “quadrato” e la fotografia in bianco e nero di Lukasz Zal offrono un corredo formale perfetto alle tappe di questo non convenzionale “road movie” alla polacca, e se non stupisce la bravura di Agata Kulesza che fa la matura Wanda è una rivelazione la forza pacata dell’esordiente Agata Trzebuchowska che incarna Ida. Doppiate rispettivamente, con estrema accuratezza, da Alessandra Korompay e Veronica Puccio.

Nelle sale dal 13 marzo, da vedere subito: perché scava nel profondo e cresce nel ricordo.

Michele Anselmi

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