Jimmy P. Storia vera di un indiano delle pianure

François Truffaut, parlando di Marnie, crea di suo pugno la categoria cinematografica “grand film malade”. Essa occorre là dove ci si voglia riferire a un thriller psicanalitico. Jimmy P. di Arnaud Desplechin è la storia di una grande guarigione.
Siamo nel continente americano occidentale. È il 1948 e l’indiano Piede Nero, Jimmy Picard (Benicio Del Toro), reduce dal conflitto mondiale, è internato in un ospedale psichiatrico. Qui incontrerà l’uomo che in seguito divenne il suo analista, l’antropologo ungherese di origine ebraica Georges Devereux (Mathieu Amalric). La sofferenza del paziente travalica i canonici disagi del dopoguerra. Colpito al cranio, ricucito e ricondotto alla vita, il protagonista pare soffrire d’un male ignoto: luccichii a impedirgli la vista mescolati a pesanti emicranie. Jimmy porta con sé il fardello di strani sogni, incubi da lanciare il cuore a mille, spettri senza volto lo tormentano in sonno e veglia. Desplechin mette in scena un mondo onirico popolato da totem e strani simboli sparsi a dipingere una realtà magica di archetipi familiari e in parte sconosciuti al paziente. Egli sarà coinvolto in rapidi salti temporali verso un passato d’ombre indecifrabili. Per “Colui che fa parlare molto di sé” esiste solo un tormentato presente. Presto dovrà ricredersi. Dal passato e dalla sua minuziosa analisi (filtrata con l’ausilio dello studioso Devereux), Jimmy trarrà forza e guarigione.
Il film trova il suo esordio, tra praterie, recinti per il bestiame e la scritta sovrimpressa sullo schermo che annuncia: “Questa è una storia vera” . Così come sono reali in tutto e per tutto i fatti narrati dallo stesso Devereux nel suo libro Psychothérapie d’un Indien des Plaines. Qui il lettore viene messo a conoscenza del processo di guarigione messo a punto dallo studioso: excursus lungo e logorante che condurrà al riconoscimento medico e scientifico del lavoro portato a termine dall’etnopsichiatra.
Film di un francese in America, Jimmy P. si dipana un passo dopo l’altro, narrazione di un autore capace di mantenere sempre la giusta distanza nel raccontare i fatti. Il film è ambientato nella città di Lincoln. Ad essere narrata, la civiltà Cheyenne e i poemi epici della dignità e della virilità, intesi come umanità e maturità. L’imponente Benicio Del Toro si fa carico del peso di una carne titubante, trapanata, provata dal dolore. La pena si manifesta negli sguardi annebbiati, nei deliri febbrili di gocciolii sulla fronte, fiumi roventi a solcare un corpo troppo vasto imprigionato in un ambiente chiuso. Jimmy e Devereux, possiedono ciascuno il loro nome segreto, che sia d’Indiano Pikuni o di ebreo esiliato dai popoli, viaggiatore tra le pianure di due continenti. Questi selvaggi sopravvissero allo sterminio accumulando una gamma inquietante di sintomi e relativi mali per il forzato adattamento alla lingua di una patria di finzione. In questi luoghi Desplechin, analista e sciamano, malato giunto alla guarigione, scopre la verità paradossale e provvisoria del suo cinema: il dubbio che infonde fiducia nel mondo.

Chiara Roggino

Lascia un commento