Non buttiamoci giù, discreta black comedy dal best seller di Hornby

Cosa fanno quattro sconosciuti, la notte di Capodanno, in cima al Topper Tower, il grattacielo più alto di Londra? Ma è ovvio, tentano il suicidio – ognuno per ragioni diverse. C’è Martin Sharp (Pierce Brosnan), ex-conduttore televisivo di successo, devastato da una scappatella con una sedicenne (“a me sembrava avesse 25 anni, ma vallo a raccontare al giudice”) che gli è costata moglie, figli e carriera. Seguito a ruota  e interrotto dalla timida e non più tanto giovane Maureen (Toni Colette), che ha dedicato la sua esistenza al figlio malato; e poi Jesse (Imogen Poots), adolescente ribelle figlia di noto politico, sofferente per la scomparsa della sorella maggiore avvenuta due anni prima. Ultimo a raggiungere lo sfortunato gruppo è J.J. (l’Aaron Paul di Breaking Bad), aspirante musicista rock annoiato dalla vita e costretto a fare il pizza-boy. I quattro desistono dal loro proposito e stringono un patto: nessuno di loro si suiciderà, almeno fino al giorno di S. Valentino. Sei settimane di stand-by, durante le quali la male assortita combriccola imparerà a conoscersi e ad aiutarsi l’un l’altro.

Affidata alla regia del francese Pascal Chaumeil, questa black-comedy distribuita dalla Notorius parte avvantaggiata, tratta com’è dall’ottimo e omonimo bestseller dello scrittore londinese Nick Hornby: Non buttiamoci giù (A long way down il titolo originale). La sceneggiatura del giovane Jack Thorne dà vita ad una commedia più che discreta, che diverte in maniera garbata, abile quanto basta nel dare spazio al lato drammatico delle rispettive vite dei quattro, senza che questo prenda il sopravvento sulla generale leggerezza del film.

Detto ciò, resta il fatto che nel passaggio dal libro allo schermo qualche buco c’è, e visibile pure. L’humour nero tutto british tipico di Hornby qua e là si perde, così come l’incapacità degli autori di saper scavare un po’ più a fondo nella fragile psiche dei protagonisti rende più sbiaditi – e dunque meno credibili – i contorni dei loro caratteri (che nel romanzo risultano invece definiti alla perfezione). E tuttavia, malgrado quelle lacune che sembrano inevitabili in questo tipo di operazione (vedi le trasposizioni di About a boy o Alta fedeltà dallo stesso Hornby), la storia regge, sorprendendo ogni tanto lo spettatore con delle inquadrature ravvicinate (quella di Jesse sul tetto di casa) o delle panoramiche (J.J. in mezzo alle onde) estremamente efficaci nel mettere a fuoco la solitudine dei personaggi.

Gli attori, poi, se la cavano con delle performance più che dignitose. Una bella scoperta è Imogen Poots, biondina tutto pepe già al fianco di Aaron Paul nel recente Need for Speed, qui perfetta nei panni della giovane contro-corrente ed esageratamente sboccata, in perenne conflitto col padre. La Colette è a suo agio in un ruolo che, di certo, non le è nuovo, cavalcando con destrezza le sponde della depressione senza mai scivolare nella macchietta. Paul e soprattutto Brosnan affrontano personaggi forse più “facili”, ma pur sempre interpretati con charme e maestria. Tutti partecipano e contribuiscono alla lieve comicità del plot, chi più chi meno, ma la battuta migliore resta quella pronunciata da Chris Crichton (Sam Neill), padre di Jesse, il quale alla domanda di Martin “Con una figlia così, perché non si suicida lei?”, risponde tra il serio e il rassegnato: “Non ho tempo”. Nelle sale dal 20 marzo.

Ilaria Tabet

Lascia un commento