Cari registi italiani, spegnete la musica molesta dai vostri film

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Complimenti a Edoardo Winspeare, 49enne regista austriaco trapiantato nel Salento: nel suo nuovo film “In grazia di Dio”, bello e intenso, al cinema dal 27 marzo, non echeggia una nota di commento musicale, a parte titoli di testa e di coda. Perché i complimenti? Perché il cinema italiano fa un uso molesto, irragionevole, gasato della musica, che sia colonna sonora a tema, recupero di brani classici o canzonette più o meno d’antan. Spegnetela, cari registi. Non è una fisima da cinefili: la faccenda investe, pure dopo l’Oscar a “La grande bellezza”, che sfodera musica in quantità, dalla festosa Raffaella Carrà al sacrale Henryk Górecki, la capacità del nostro cinema di suscitare emozioni. Insomma, il sospetto, è che laddove non ci si fida dei dialoghi, zac!, i registi pompano la musica. Senza dare un attimo di tregua, a ogni attacco di inquadratura, mentre i personaggio parlano, s’intende secondo formule sperimentate: il balletto in cucina mentre si preparano gli spaghetti, la cantatina in auto col motivetto che accende la nostalgia, la sequenza notturna con ciascuno che fa qualcosa mentre passa ad alta volume il brano malinconico inglese.
Neanche Francesco Bruni, regista dell’appena uscito “Noi 4”, ha saputo respingere la tentazione. La famigliola ricostruita, in viaggio verso il lago di Martignano, intona a squarcia gola “Dancing in the Moonlight”, benché la moglie, a mo’ di excusatio non petita, sbuffi così: «No, la cantata no!». Allora perché metterla?
La verità è che il silenzio fa paura al cinema tricolore, non ci si fida mai abbastanza delle parole, dello stile, dello sguardo quasi per una sorta di horror vacui. Naturalmente non mancano i compositori di valore, oltre i Morricone e i Piovani: per dire, Andrea Guerra, Franco Piersanti, Carlo Crivelli, Teho Teardo, Paolo Buonvino, Carlo Virzì, i genovesi Pivio e Aldo De Scalzi. Però, ingaggiati, compongono quasi sempre musica in eccesso; dovrebbe essere il regista, poi, a dosarla con saggezza, piazzandola nei posti giusti, senza farsi sopraffare dal nome.
Anticipiamo la contestazione, neppure il cinema americano va tanto per il sottile. In “Bastardi senza gloria” Tarantino si diverte a intrecciare ventotto brani, per lo più frammenti di colonne sonore dai lui venerate, recuperando perfino il tema di “Un dollaro bucato”, by Gianni Ferrio. Per tacere degli omaggi, costanti e ripetuti, a Morricone. Ma, appunto, trattasi di Tarantino, cioè uno dei più fantasiosi nell’uso della la musica, perché inventa abbinamenti fantastici.
Non per fare gli eruditi, ma Theodor W. Adorno teorizzava che «la musica per film dovrebbe lampeggiare e scintillare, scorrere così rapidamente da accompagnare l’ascolto fugace trascinato via dall’immagine, senza rimanere indietro con sé stessa». Magari il precetto ognuno lo intende come vuole, ammesso che tale sia. E tuttavia è difficile dar torto a Goffredo Fofi quando scrisse sul “Sole 24 ore”, a proposito di musica straripante, che «il rumore rende più sordi, non più ricettivi».
Non si tratta, qui, di prendersela con i singoli film: anche se a quelli di Tornatore, incluso il notevole “La migliore offerta”, gioverebbe un utilizzo più mirato delle famose partiture di Morricone, in modo da far emergere meglio le voci, i brusii, i respiri. Certo trattasi di un maestro, ma che arriva a comporre anche due ore di musica a film, e quasi tutta finisce nel montaggio finale. All’epoca di “Pasolini. Un delitto italiano”, Marco Tullio Giordana avrebbe voluto inserire nella colonna sonora una canzone di Francesco De Gregori sul poeta ucciso, intitolata “A Pa’”. Sembrava perfetta. Il compositore si impuntò, la canzone sparì.

Ci chiede, insomma, perché il nostro cinema, al di là delle storie che racconta o dei mondi in cui si immerge, intrattenga un rapporto così meccanico, surrogato, con la musica. Un tempo si dava la colpa ai produttori: pronti a bombardare di note ogni sequenza, nella speranza di aumentarne il tasso emotivo, il potere di commuovere, l’empito romantico. Purtroppo non è sempre così. La ricetta “Titanic” non vale per tutti. Ogni film, specie se si muove dentro una cornice espressiva d’autore ma anche se bordeggia la commedia di costume, possiede un suo proprio ritmo interiore: fatto di silenzi, intermittenze, parole che devono emergere senza risultare coperte da uno “score” appiccicato e invadente. Alla lunga tossico, perché droga l’immagine, moltiplica l’artificiosità, infiacchisce la drammaturgia. Vale un po’ anche per il recentissimo documentario di Walter Veltroni “Quando c’era Berlinguer”: ha senso coprire con l’ampollosa musica del jazzista Danilo Rea i pensieri del segretario del Pci e di Pasolini letti da Toni Servillo e Sergio Rubini?

Ad Andrea Guerra, ormai i casa anche a Hollywood dopo aver a lungo collaborato con Ozpetek, non piace «spalmare musica dappertutto, ci sono film straordinari senza commento o quasi». Vero. Il pensiero corre a “La collina del disonore” di Sidney Lumet, con Sean Connery. Scelta estrema, stilisticamente forte, non per questo da seguire alla lettera, ci mancherebbe. Ma forse non farebbe male, ai nostri registi, rivedere quel capolavoro.

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VERO, TALVOLTA ANCHE IL SILENZIO PUO’ ESSERE MUSICA
CARLO VERDONE

C’è troppa musica, addirittura molesta e invadente, nei film italiani, come protesta Michele Anselmi? Dipende. Io posso parlare solo della musica che accompagna le commedie italiane, essendo il genere cinematografico nel quale lavoro e ho sempre lavorato. Sicuramente esiste una tendenza ad abusare della colonna sonora, e anche delle canzoni, a riempire ogni interstizio, ogni scena, direi quasi per paura di un possibile vuoto. Di solito accade se il film è destinato ad un pubblico essenzialmente giovanile e l’articolazione della storia è sempliciotta. La musica quindi avrebbe il compito di rendere “dinamico” e “festoso” ciò che il film promette ma rischia di non mantenere, spesso per la fragilità del soggetto e della conseguente sceneggiatura.
In effetti, pur esagerando, Anselmi qualche ragione ce l’ha. Spesso si ha la sensazione di ascoltare una lunga colonna sonora che commenta, fuori luogo, il nulla. Intendiamoci: anche chi fa commedie ben scritte spesso è preda di insicurezze. Il dubbio che un dialogo sia troppo lungo, tanto da annoiare gli spettatori, è sempre in agguato. E così si tenta di aggirare la paura pompando la musica. Avviene per lo più al montaggio, quando si avverte un momento di stanchezza: la prima cosa che viene in mente è rinforzare quella sequenza o quella scena, che sembrerebbero far perdere il ritmo, con l’appoggio di una musica.
Ne consegue che se la musica prende il sopravvento vuol dire che il film presenta parti deboli in scrittura. Perché una sceneggiatura ben costruita necessita di pochi interventi. La musica, come i condimenti, andrebbe usata poco e per poco tempo, con oculatezza. D’altro canto, però, la storia del cinema, anche italiano, ci parla di connubi perfetti, miracolosi, simbiotici tra registi e compositori: penso a Leone & Morricone, a Fellini & Rota. L’uno ha influenzato l’altro e viceversa, sono cresciuti insieme. Che cosa sarebbe “Per un pugno di dollari” senza quel fischio e quella chitarra col tremolo così ironici? O “Amarcord” senza quel motivo tenero e nostalgico?
Se penso al mio primo film, “Un sacco bello”, ritengo che esso rappresenti la giusta misura tra drammaturgia e commento musicale. Ennio Morricone ebbe il notevole tatto di non interferire assolutamente, di rispettare il fiume di dialoghi che dava forza, credo, alla commedia. La parte recitata spesso era talmente efficace sullo schermo che a lui non venne mai in mente di sottolinearla. Si inserì, con gran gusto ed ispirazione, nei rari momenti di silenzio.
Una musica acquista il suo valore quando entra al momento giusto e se ne esce al momento giusto. Penso all’uso che Sam Mendes fa di Thomas Newman in “American Beauty”: stupendo. O che Paolo Sorrentino fa di Lele Marchitelli, col quale ho lavorato anch’io per due film, in “La grande bellezza”: perfetto. Molti dimenticano una cosa fondamentale: che anche il silenzio è musica. Perché sia vero questo, ovviamente, ci deve essere un film robusto, con bei momenti di poesia. Spesso alle immagini poetiche non servono le note d’accompagno, ma il semplice ovattato rumore dell’ambiente. O della natura.

MA IL CINEMA SEGUE IL FLUSSO DELLA MUSICA ONNIPRESENTE

Pivio, al secolo Roberto Pischiutta, genovese doc, compone da sempre colonne sonore insieme al collega e concittadino Aldo De Scalzi. Quasi 100 le partiture scritte per registi come Ozpetek, Veronesi, Manfredonia, Monteleone, Manetti Bros, D’Alatri.

PIVIO

Ho letto la salutare provocazione di Michele Anselmi sulla prima pagina del “Secolo XIX”. Farei una premessa: in realtà in giro c’è troppa musica in assoluto; bar, ristoranti, sale d’aspetto, stazioni, ovunque… Una marea di note, non sempre significative, che non ti abbandonano mai; una marea indistinta e monotona che la dice lunga su cosa sia diventata questa nobile arte.
Pur con qualche riserva rispetto alla tesi dell’articolo, non posso non concordare che da tempo la “gioia del silenzio” è negata per lasciar spazio a una vera e propria “fobia del silenzio”, con tutto ciò che ne consegue.
Il cinema di produzione italiana spesso non fa che seguire quest’onda lunga, pigramente. Ma sarebbero necessari parecchi distinguo legati alla cosiddetta “dimensione artistica” – per citare Elio e le Storie Tese… però lì si parlava di John Holmes – delle personalità in gioco, che siano registi, compositori, montatori o produttori, e alle scelte/non scelte di storie e genere che il nostro depauperato cinema si trova ad affrontare. Parlo di scelte/non scelte perché, sebbene la tecnologia permetta ora di affrontare – sulla carta – i più disparati generi cinematografici con costi produttivi contenuti, nella realtà le uniche proposte che riescono a trovare qualche sensato spazio distributivo rientrano sostanzialmente in una sequenza infinita di commedie, più o meno brillanti, spesso meno, che vengono affrontate, necessariamente, con la stessa logica della paura del silenzio di cui parlavo prima.
Personalmente trovo difficile poter stabilire dei parametri estetici, degli indicatori di presunta “molestia” della musica da cinema. Nel nostro primo film, “Hamam – il bagno turco” di Ozepetk, erano presenti, grosso modo, trenta minuti di musica: ciò nonostante a tutt’oggi quella colonna sonora rimane uno dei nostri più grandi successi musicali, circa 300 mila copie. Mentre nel film di prossima uscita dei Manetti Bros, “Song ‘e Napule”, la musica è spalmata su tutta la pellicola, e tuttavia non toglierei neanche una nota, talmente è compenetrata questa con le immagini ed il testo del film. Probabilmente la domanda che ci si dovrebbe sempre porre è: «Ma in questa scena la musica è necessaria? Aggiunge un carattere alle immagini ?». O, per riportare tutto in termini meramente di costi: «Pagherei un pezzo di colonna sonora in più per questa scena, anche se la sua funzione può essere nulla o trascurabile?».
Questo discorso porterebbe troppo lontano. Preferisco rimandare per il momento la discussione, ma il dibattito è ovviamente aperto. Resta il fatto, come dicevo, che il cinema italiano punta quasi esclusivamente sulle commedie, il che porta a un uso eccessivo e smodato della musica: per bombardare il pubblico e magari coprire dialoghi o battute non sempre all’altezza. Insomma, il problema è di gusto, di misura, di sensibilità. E magari – perché no? – dobbiamo essere pronti anche noi compositori a tagliare o riscrivere le musiche che abbiamo composto se poi non funzionano quando le accoppi alle immagini.

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