Quando c’era Berlinguer: Veltroni, il PCI e un ricordo personale

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Era scontato che “Quando c’era Berlinguer”, il documentario con il quale Walter Vetroni debutta alla regia a 58 anni, avrebbe provocato discussioni e polemiche prevalentemente extracinematografiche. Ha sfottichiato Claudio Petruccioli, ha stroncato Claudio Velardi, ha precisato con l’aria di chi sa e ricorda tutto Emanuele Macaluso (benché sia tra gli intervistati), ha replicato infine Aldo Tortorella, in un clima da senile “resa dei conti” intonata a ciò che resta dell’ex Pci. Adesso che il film-omaggio esce nelle sale, il 27 marzo, dopo la pomposa e istituzionale anteprima all’Auditorium romano, ci sarà modo per il pubblico normale di farsi un’opinione.
Personalmente non lo trovo brutto o mal riuscito, semmai alquanto “veltroniano” nell’uso enfatico della musica, in certe sottolineature generazionali, anche nell’utilizzo di alcuni frammenti pasoliniani, del tipo: «Il Pci è un Paese pulito in un Paese sporco» eccetera. Ma, avvicinandosi il trentennale della morte di Berlinguer, avvenuta l’11 giugno 1984, il documentario assume una sua forza divulgativa, e forse colma anche un vuoto di memoria, benché il “mitico” segretario di quel Pci ormai sepolto dalla Storia sia ancora ben infisso nel ricordo di molti militanti e non.
Parto, anche se non si dovrebbe, da un ricordo personale. Avendo lavorato 24 anni a “l’Unità”, dal 1976 al 2000, ricordo come fosse oggi la riunione frenetica al giornale, in via dei Taurini, per decidere quale foto mettere sotto il titolo “Addio” (lui in barca a vela sferzato dal vento) e la concitazione delle edizioni straordinarie fino a quella per i funerali. Ricordo anche, purtroppo, quanto urlò l’allora redattore capo centrale, Carlo Ricchini: «È stato Craxi a ucciderlo». Allora questo era il clima dei rapporti tra i due partiti della sinistra. Ricchini urlava e pensava davvero quella cosa: cioè che l’umiliazione subita al congresso del Psi di poche settimane prima avesse inferto un colpo mortale, anche sul piano della salute, al segretario del Pci. Sciocchezze. Craxi sbagliò a usare quelle parole offensive in merito ai fischi, che venivano però in risposta a insulti non troppo dissimili pronunciati da Berlinguer, sia pure in modo diverso, nei mesi precedenti.
A dirla tutta, ho sempre intrattenuto un rapporto contraddittorio con la figura di Berlinguer: mi piaceva il suo stile, il suo eloquio, la sua gentile fermezza che ogni tanto si scioglieva in un sorriso pieno; e al tempo stesso, da giovane della Fgci prima e da giornalista de “l’Unità” dopo, ne intravvedevo i limiti di prospettiva politica, gli strappi benefici ma anche i ritardi su tanti temi civili, il timore di gettarsi nella battaglia sul divorzio, la sofferta elaborazione del “compromesso storico” dopo il golpe in Cile. In più, fu un errore eleggere presidente della Repubblica Sandro Pertini al posto di Antonio Giolitti, che era il candidato di Craxi ma anche un ex comunista per nulla amato alle Botteghe Oscure: solo, in fondo, per farei un dispetto al Psi. Pertini forse non è stato il miglior presidente degli italiani, almeno secondo me: era vanesio, vendicativo, retorico, piangeva troppo baciando le bandiere, fece più di una gaffe con Reagan e non riesco ad apprezzare la sceneggiata di Vermicino.
E vengo al film. Le testimonianze sono belle, giuste, composte, non compiacenti, inclusa quella di Giorgio Napolitano, forse la più impressionante sul piano giornalistico. Sta quasi per piangere, il presidente, e fa un certo effetto. Va bene che, con la vecchiaia, come sorride oggi Ettore Scola, «ci si commuove anche per una cotoletta venuta bene». Però Napolitano non parla di cotolette: gli occhi diventano rossi, la voce si spezza, la telecamera sembra quasi a un passo dallo staccare, ma poi Napolitano si riprende in extremis. Quella sequenza ci fa capire, al di là del parere su Napolitano presidente, quanto quel partito, il Partito senza aggettivi, abbia sedimentato nella vita di ciascuno di noi, specie dei dirigenti di allora, un intrico di sentimenti profondi, anche esistenziali, di identità, di sofferenze, di attese, benché si facesse politica con una certa spietatezza dissimulata.
Dal mio punto di vista, le cose più curiose e intense le dicono nell’ordine: Jovanotti sul piano umano; Aldo Tortorella sul versante interno del Pci; Claudio Signorile su quello del Psi. “Quando c’era Berlinguer”, insomma, si muove bene, con inevitabili scelte di prospettiva, tra biografia affettuosa, ritratto umano e progressione politica degli eventi; e anche l’incipit con quelle buffe affermazioni di ignoranza (potrebbero valere pure per Fellini o Antonioni se portate sul tema del cinema) funzionano, nel senso che sembrano dire, a chi ha l’età per ricordare, quanto tempo sia passato da quel 1984. Non mi sorprende che ragazzi nati dopo il 1984 non sappiano chi fosse Berlinguer o siano così lesti a elaborare le più strampalate e ignoranti ipotesi (un coreano? un dittatore?); scandalizzarsi non serve, anche se è lo sport preferito dai grandi che si credono colti e migliori. Il fatto è che Berlinguer, figura così cruciale negli anni Settanta, l’unico che riuscì a portare il Pci al 34 per cento dei suffragi, da tempo ha cessato di essere un punto di riferimento anche per i dirigenti del Pd, forse con qualche ragione.

Quando parlo di uso enfatico della musica, mi riferisco al difetto tipico del cinema italiano di oggi: la musica pompata a ogni attacco di inquadratura, spesso canzoni inglesi o italiane d’antan, per rinforzare il palpito e potenziare i dialoghi venuti così così. Un errore che i francesi e gli inglesi non fanno. Veltroni utilizza la partitura scritta e orchestrata dal jazzista Danilo Rea con reverenza eccessiva, piazzandola dovunque, anche dove non servirebbe, dove dovrebbe regnare solo il silenzio delle parole, come i pensieri di Berlinguer e Pasolini detti rispettivamente da Toni Servillo o Sergio Rubini.
Quanto al resto, mi sono commosso anch’io. Uscii dal partito con Natta segretario, pensando che lo stesse sciogliendo lui col suo non-agire; e ricordo il povero Ugo Baduel, resocontista storico di Berlinguer del quale ero diventato un po’ amico, che neanche mi rimproverò per aver abbandonato la cellula del Pci, forse vedendola come me. In effetti il documentario di Veltroni è importante per chi c’era e utile per chi non c’era.
Uscendo dal film, ho ripensato a Berlinguer, a quella bella testa di capelli neri, a quelle giacchette a quadretti che gli stavano sempre larghe, al fatto, come scandisce Jovanotti, che con lui l’aggettivo “comunista” non ha mai fatto paura. Ma il comunismo faceva paura, anche se i comunisti italiani erano, certamente, un’altra cosa. La testimonianza di Alberto Franceschini ci rammenta che le Br non erano corpo estraneo al Pci, come pure a noi comunisti italiani piaceva pensare. Ma, confesso, chi s’è fatto terrorista pensando d’essere partigiano proprio continua a non piacermi, neanche oggi che ha scontato il suo debito con la giustizia.

PS. La sequenza finale, sui titoli di coda, con il picchetto di cineasti famosi attorno alla bara, sembra uscire da “Lettera aperta a un giornale della sera” di Citto Maselli. I cineasti sono ridicoli quando si atteggiano a militanti comuni, anche le loro ansie diventano recita, per eccesso di postura, finta concitazione, culto assembleare, cordoglio esibito, agitata compunzione. Il “trombonismo”, forse, è sempre in agguato.

Michele Anselmi

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LA POLEMICA SU GIORNALISTI DI SERIE A E SERIE B

Caro Walter,
stamattina ti ho fatto avere per mail alcuni pensierini, scritti di getto, sul tuo “Quando c’era Berlinguer”. Mi riservavo di scriverne sul “Secolo XIX” più compiutamente e in forma recensiva. Ma ho visto – non si finisce mai di fare i conti con la maleducazione – che il film era già stato mostrato in mattinata ad alcuni giornalisti scelti, ritenuti di serie A, e certamente prestigiosi, in modo da poterne scrivere su oggi: Paolo Guzzanti, Alberto Crespi, Aldo Cazzullo, Fulvia Caprara, Michele Serra, Massimo Gramellini e altri.
Noi peones di serie B l’abbiamo visto alle 18 di lunedì 17 marzo, troppo tardi per scriverne; e peraltro nessuno ci ha detto nulla dell’altra proiezione per vip. Trovo tutto questo offensivo e pure meschinello, anzi miserabile. Non so – non voglio saperlo – chi abbia deciso di escludermi dalla serie A, in ogni caso, gerarchie a parte (io mi sento di serie Z ormai), spero che la decisione provenga da Valerio De Paolis e Carlo Degli Esposti, non da te. Mi meraviglierebbe che provenisse da te, davvero.
L’aria fetida che tira nel Paese è il risultato, mi dispiace dirtelo Walter, anche di questi modi irriguardosi, scomposti e “amichevoli” di concepire la semplice promozione di un film, tanto più un documentario di questo tipo. Purtroppo non potrò più scrivere del tuo documentario, al “Secolo XIX” sono giustamente arrabbiati. Ma, al di là di questo, sono io ad essere sorpreso dal modo in cui la Bim, ma vale anche per altre distribuzioni, ha gestito la faccenda. Non dovrebbero esserci giornalisti di serie A e di serie B. Non si dovrebbe così umiliare la professionalità, o quel che ne resta, dei colleghi. Dei tuoi colleghi, caro Walter.
Ciao Michele

LA NOTA DEL SINDACATO CRITICI SCRITTA DA FRANCO MONTINI

Il caso evidenziato da Michele Anselmi è purtroppo assai peggio di una piccola “maleducazione ad personam”, è l’ultimo episodio di un degrado culturale tutto italiano che riguarda l’informazione giornalistica nel suo insieme e, con particolare asprezza, l’esercizio della critica cinematografica. Sempre più spesso, infatti, le case di distribuzione e gli uffici stampa nel promuovere i loro film privilegiano, rispetto al parere del critico cinematografico, il “punto di vista” dello specialista di altre materie, di volta in volta l’editorialista politico, l’esperto ambientalista, il cronista di gossip più o meno brillante, la “firma” più o meno alla moda. Pochi sembrano preoccuparsi che, nello specifico, si dovrebbe partire dal film. La riflessione sul linguaggio, la qualità estetica, la forma del racconto è ritenuta problema del tutto secondario. Si preferisce la dissertazione dotta, la chiacchiera disinvolta, l’aneddotica quasi sempre autoreferenziale. E’ un fenomeno grave e, ripetiamo, tipicamente italiano, purtroppo divenuto abitudine, che riguarda sia le recensioni dei film, sia le cronache dai festival più importanti.
Un atteggiamento, quello delle distribuzioni, anche contraddittorio e miope. Contraddittorio perché le distribuzioni stesse si lamentano poi per il modo, a loro dire insufficiente e distratto, con il quale vengono trattati i film sulle pagine dello spettacolo. Miope perché in un momento in cui lo spazio riservato al cinema sui mezzi di informazione è sempre più a rischio e mal utilizzato, l’arma a disposizione sarebbe un’alleanza convinta tra tutti gli uomini del cinema (produttori, distributori, autori e critici) per assicurare la necessaria informazione al pubblico, ma anche una migliore formazione del gusto e una puntuale difesa della qualità.

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