Turturro, un regista gentile per nulla “deragliato”

L’angolo d Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Il suo viso non è affatto «deragliato», come ha scritto sul “Corriere della Sera” una giornalista in cerca di aggettivi tanto coloriti quanto incongrui. John Turturro, classe 1957, newyorkese figlio di madre siciliana e padre pugliese, è uomo soave e spiritoso, all’apparenza anche un po’ timido, elegante nel doppio petto verde petrolio su camicia bianca. Ha appena terminato di girare qualche scena nel nuovo segretissimo film di Nanni Moretti, “Mia madre”, e siccome il 17 aprile esce da noi con Lucky Red il suo “Gigolò per caso”, dopo anteprima al festival di Bari, eccolo pronto a promuovere la creatura. Trattasi della sua quinta regia, la prima risale al 1992 con “Mac”. Il film, in originale più sottilmente intitolato “Fading gigolò”, nel senso di svanire, dissolversi, lo vede nei panni di un uomo cortese. Fioravante ha dovuto chiudere la libreria vintage per crisi del settore, si arrangia in un negozietto di fiori avendo il pollice verde e un gusto innato; ma fatica ad andare avanti.
Così quando il vecchio amico Murray, cioè Woody Allen, squattrinato pure lui, gli propone di soddisfare a pagamento una bella dermatologa cinquantenne in cerca di sesso, prima tergiversa e poi accetta. Facendosi chiamare Virgil, da Virgilio, intraprende una nuova vita, anche ben remunerata. “Il mestiere più vecchio del mondo”, ma alla rovescia: Murray trova le clienti, tra le quali due notevoli femmine incarnate da Sharon Stone e Sofia Vergara, lui ci mette il “know how” senza l’aiutino del Viagra. Non ha fatto i conti con l’amore, che si presenta col volto di Vanessa Paradis: Avigal, vedova ebrea di un rabbino e madre di quattro figli, murata viva nella comunità hassidica ortodossa, anche lei con un disperato bisogno di riassaporare un po’ di dolcezza. «Lei porta la magia nei cuori di chi è solo» sospira la donna a Turturro, che si presenta come “massaggiatore”, senza immaginare in quali guai sta per infilarsi.
È un sesso gentile e premuroso quello che fornisce Fioravante, nel film mai ripreso nudo e solo in due scene alle prese con quei formidabili corpi femminili. Esattamente l’opposto di quanto succede in “Nymph()maniac” di Lars von Trier. Sorride Turturro: «Mi piace il cinema di Lars, insomma non tutto. Ma lui parla di una sessualità dolorosa, brutale, compulsiva, disperata. Il paragone veramente mi spaventa un po’, anzi mi atterrisce. Anche se si usa dire che, gira e rigira, ci sono solo quindici storie da raccontare: e ognuno ha il suo approccio».
L’attore-regista, a maggio in Italia per girare il nuovo film di Marco Pontecorvo, in “Gigolò per caso” ottimo direttore della fotografia, sfodera un atteggiamento morbido anche di fronte alle domande più insidiose. Se gli si chiede delle traversie sessual/familiari di Woody Allen, se la cava così: «Sono suo amico, gli voglio bene, lo stimo, non so davvero nulla di quelle brutte vicende. Non ho nulla da dire. Onestamente non credo che il film, che è una storia di fantasia, di pura finzione, una metafora sulla solitudine e la voglia di affetto, possa essere svantaggiato dalla sua presenza. Sarebbe ridicolo». Non che i due si siano intesi subito, Allen ha avuto a che ridire su alcune dettagli della sceneggiatura: «Era molto critico all’inizio, non gli andava bene niente, un feedback terribile. Ma mi ha aiutato a trasformare la storia in una commedia elegante». E sul set? «Tutto bene, ci siamo presi subito. Lo trovo molto sexy per la sua età, sarebbe perfetto per Lars von Trier, chissà se si sono mai sentiti».
Sorride anche quando parla di Nanni Moretti, definito dal “New York Times” «un nipotino artistico di Woody Allen». Sarà. Per contratto è tenuto a non rivelare nulla della trama, sennò chi lo sente Nanni. «Un’esperienza positiva, anzi bella. Moretti è un regista esigente, chiede molto. Ma il copione era ben scritto mi sono divertito a recitare, quasi sempre in italiano, con Margherita Buy». Con l’età Turturro ha recuperato le radici italiane, non solo perché gode di un doppio passaporto. A Napoli ha girato “Passione”, bel documentario sulla musica partenopea, e il suo pensiero corre subito a “La grande bellezza”. «Che devo dire? Ha vinto l’Oscar. Toni Servillo è uno splendido attore e il film di Sorrentino è grandioso sul piano visivo». Pare di capire che gli piacque di più “Le conseguenze dell’amore”.
Di sicuro gli è piaciuto lavorare con Sharon Stone, Sofia Vergara e Vanessa Paradis, tre donne diversamente belle. «Nel creare i loro personaggi ho usato ricordi e persone reali. Sono state al gioco, le prime due anche spiritosamente, prendendosi in giro. Ma, del resto, la scommessa del film si nutre di un paradosso: rendere credibile come gigolò un uomo timido e discreto, capace di usare le mani per i lavori più diversi. Sapete, in America ci sono uomini che vanno pazzi per il sesso con le donne, ma poi passano il tempo tra maschi. Fioravante non è così. Lui le capisce, le aiuta e sa distaccarsene quando serve».
Il suo presidente, Obama, è appena partito da Roma. Ha detto, visitando il Colosseo, che è più grande di uno stadio da baseball. «Magari l’avrei pensato anch’io, siamo americani, forse mi sarei astenuto dal dichiararlo. Quando lo visito a me viene da pensare altro: fossi vissuto allora, sarei stato un cristiano o un romano?». Già.

Michele Anselmi

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