Father and Son. Titolo brutto per un film bellissimo sulla paternità

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

La battuta chiave di “Father and Son”, nelle sale dal 3 aprile, è la seguente: «Adesso è tutto chiaro». Tutto chiaro cosa? Il giovane architetto in carriera Ryota, bello, danaroso, elegante, professionista indaffarato e padre distratto, ha sempre avuto la sensazione che il figlioletto Keita, sei anni appena compiuti, non gli somigliasse granché. Nel carattere determinato e anche nei tratti fisici. Ma era troppo preso da se stesso per far qualcosa di buono, pure per aiutare quel bambinello gentile e riflessivo, poco “performante” si direbbe oggi. Finché non arriva una telefonata dall’ospedale dove Midori, la moglie dell’architetto, partorì con complicazioni varie: scambio di culle, ad opera di un’infermiera incattivita da eventi personali e decisa a invertire i destini dei due neonati. Che fare a quel punto? Come dirlo e in che tempi a due bambini ormai cresciutelli? E soprattutto: i due “scambiati” e le rispettive famiglie sapranno superare lo shock?
Il tema non è nuovo, nel 2012 uscì anche in Italia un vibrante film israeliano suppergiù sullo stesso dilemma, “Il figlio dell’altra” di Lorraine Levy; e tuttavia “Father and Son” del 52enne cineasta giapponese Kore-eda Hirokazu, nonostante il titolo incongruamente anglofono che nulla c’entra con la canzone di Cat Stevens (in ogni caso alla Bim potevano sforzarsi un po’), affronta la situazione altamente drammatica con sguardo non prevedibile, stile sorvegliato e quieto, senza cercare la lacrima dello spettatore o la commozione facile, muovendosi miracolosamente nella strettoia esistenziale in questione, anche dal punto di vista dei rapporti di classe. Perché il vero figlio di Ryota e Midori, chiamato Ryusei, abita in periferia nella casetta proletaria dell’elettricista-commerciante Yudai, ometto non più giovane, ma allegro e sdrammatizzante, sposato con una bella donna solare, Yukari, che gli ha dato altri due bambini. Abituato al suo appartamento asettico e post-moderno, freddo come una camera d’albergo e con vista panoramica, l’architetto col ciuffo sembra inorridito dal “casino” nel quale vive l’altra famiglia, certo più coesa e festosa, benché alle prese coi soldi che non bastano mai.
“Father and Son”, cioè padre e figlio, in sostanza è la storia di un uomo di successo, drogato di lavoro, costretto a fare i conti con la propria coscienza prima e la propria inadeguatezza di padre dopo. Il legame di sangue è tutto per Ryota, e anzi la rivelazione sembra all’inizio confermare, appunto, i sospetti nutriti nei confronti del figlioletto dagli occhi smarriti. Finché l’elettricista, magari un po’ opportunista ma saggio, non gli spara lì senza porsi tanti problemi: «La fai tanto lunga con ‘sto legame di sangue perché non sai creare un legame vero con tuo figlio». A quel punto cominciano a vacillare sicurezze e arroganze, la famiglia di Ryota sembra andare in pezzi; e neanche il vero figlio, accolto in casa nei week-end per provare a vedere come vanno le cose, mentre Keita si trasferisce dall’elettricista nelle stesse modalità, sembra stare così bene con quel padre in fondo simile a lui.
Lungo due ore, scandito con garbo dalle pianistiche “Variazioni Goldberg”, doppiato bene anche se l’italiano poco si addice all’espressività orientale, “Father and Son” è un film sottile e profondo, che pesca in una storia universale per estrarne una riflessione sul Giappone odierno, il peso della tradizione e insieme su due domande cruciali, care al regista: «Quand’è che un padre diventa veramente padre? È la consanguineità a trasformare un uomo in padre o il tempo che padre e figlio passano insieme?».
Benché il film assuma il punto di vista di Ryota, interpretato dalla pop-star musicale Fukuyama Masaharu, la regia gioca su più piani: discretamente rivelando le complicità tra le due madri, la ricca infelice e la meno abbiente risolta, incarnate rispettivamente da Ono Machiko e Maki Yoko, e parteggiando un po’, ma non troppo, per l’elettricista reso con gioviale strafottenza paterna da Lily Franky. Si esce dal film, premiato a Cannes 2013, con la voglia di rivederlo, per cogliere meglio dettagli e sfumature, magari in lingua originale coi sottotitoli. Il che è sempre un buon segno.

Michele Anselmi

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