Sembra Hunger Games, ma è Divergent. Caccia al diverso.

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

L’ambizione è notevole, pari alla scommessa economica: creare un’altra saga per giovani e adulti in grado di competere con gli incassi planetari di “Twilight” e “Hunger Games”. Tre miliardi e mezzo di dollari la prima, con quattro film; un miliardo e mezzo finora la seconda, con due. Altrimenti Lionsgate e Summit Entertainment non avrebbero speso ben 80 milioni di dollari solo per portare sullo schermo il primo episodio della trilogia, tra fantascienza post-apocalittica e romanzo di formazione, vergata dalla scrittrice americana Veronica Roth. Titolo: “Divergent”.

Di sicuro l’impresa avrà un seguito, almeno al cinema, con i successivi capitoli “Insurgent” e “Allegiant”. Il kolossal è uscito sugli schermi statunitensi venerdì 21 marzo, solstizio di primavera, con l’idea di sbaragliare subito gli avversari puntando sul pubblico “young/adult” (in gergo hollywoodiano pare si dica così): infatti ha già totalizzato 94 milioni di dollari in due settimane. Il pubblico italiano lo vede dal 3 aprile, ma alla Eagle Pictures, che distribuisce, sono ottimisti sulla presa popolare del fenomeno, non fosse altro perché da noi il romanzo, editato dalla De Agostini, ha già venduto circa un milione di copie. Poi tutto può succedere, la storia del cinema è piena di smentite clamorose.

E tuttavia “Divergent”, 140 minuti tenuti insieme con apprezzabile mix adrenalinico-romantico dal regista Neil Burger, quello di “Limitless” e “The Illusionist”, sembra fatto apposta per piacere. Un’eroina sedicenne, Tris, bella e impavida, capace di sfuggire all’omologazione in un futuro prossimo venturo; un muscoloso partner-istruttore, soprannominato Four ovvero Quattro, che sembra una macchina da guerra e invece sarà messo in crisi dalla fanciulla innamorata di lui (e viceversa).

Gli esperti del ramo, per questo tipo di storie, parlano di “distopia”, insomma il contrario di utopia, a dipingere una società indesiderabile e fittizia, dai connotati tirannici, regolata da valori, appunto, “distopici”. Nel caso di “Divergent” siamo in una Chicago post-apocalittica, ricostruita nei pressi della vecchia in rovina e da essa divisa tramite una muraglia invalicabile, dove vige una struttura sociale divisa per “fazioni”. «L’unico modo perché la nostra società sopravviva è che ciascuno di noi occupi il posto che gli spetta. Il futuro appartiene a coloro che sanno qual è il loro posto» teorizza la luciferina Jeanine Matthews, ovvero una Kate Winslet biondo platino, che orchestra il Gioco del Potere. La donna è leader degli Eruditi, la casta più forte e influente, perché incarna il valore massimo (lì funziona così): la sapienza. Poi ci sono gli Abneganti altruisti e caritatevoli, gli Intrepidi coraggiosi e tosti, i Candidi sinceri e fattivi, i Pacifici amichevoli e lavoratori. Infine gli Esclusi: persone che vivono al di fuori della società, mendicando, perché non sono riuscite a superare l’iniziazione.

E i Divergenti da cui titolo di libro e film? Sono una categoria a parte, temuta soprattutto dagli Eruditi: sfuggono alle categorie mentali e attitudinali decise per legge, sono visti come minacce, anarchici in grado di sovvertire l’ordine costituito. L’abnegante Beatrice Prior, detta Tris, scoprirà dopo il test cruciale al quale tutti devono sottoporsi, di essere appunto “divergent”, insomma un’irregolare. Non le resta che infilarsi tra gli Intrepidi, l’esercito chiamato a difendere la comunità, ma l’apprendistato è in stile Navy-Seals, fisico e psicologico, un’infinita prova da superare, tra insidie reali e paure indotte da chip col trucco.

Non sorprende che “Divergent” sia stato accostato alla saga di “Hunger Games” ispirata ai libri di Suzanne Collins. Un po’ come la fiera Katniss Everdeen incarnata da Jennifer Lawrence, anche la Beatrice Prior interpretata da Shailene Woodley deve trasformarsi in una guerriera capace di colpire duro per sopravvivere alle insidie, ma senza perdere senso di pietà e giustizia. E siccome ha l’età perfetta per innamorarsi, oltre che un bel fisichetto, la ragazza troverà l’uomo e il complice ideali nel super-istruttore Quattro, che sembra una roccia, e invece nasconde qualche fragilità, oltre a possedere i muscoli e i lineamenti del figo Theo James, scelto dopo infiniti provini.

Il mandato del film è semplice: conquistare i giovani e se possibile i più grandicelli. Sostiene Kate Winslet, incinta di cinque mesi all’epoca delle riprese: «“Divergent” agita temi interessanti: il senso della famiglia, le insidie dell’autoritarismo, le smanie degli adolescenti che si sentono diversi dal gruppo, e insieme hanno bisogno di impegnarsi in lotte comuni». Shailene Woodley, classe 1991, recita sin da quando era bambina, qualcuno la ricorderà in “Paradiso amaro” accanto a George Clooney. Qui salta, spara, fa capriole e tira cazzotti, sfoderando occhi da cucciolo e muscoli da marine, chiome fluenti e grinta da vendicatrice, cicatrici e belle gambe. La morale di tutta la faccenda? La sintetizza bene Quattro, quando si accorge di essere usato: «Non voglio essere una cosa sola. Voglio essere coraggioso, altruista, intelligente, onesto e gentile». Pare facile…

Michele Anselmi

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