Il Pretore. Forse aveva ragione Piero Chiara, meglio non farne un film

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Ci sarà un motivo se Piero Chiara, che pure non si faceva troppi scrupoli se c’erano da vendere i diritti dei romanzi al cinema, per tre volte rifiutò l’offerta di girare un film dal suo “Il pretore di Cuvio”, pubblicato nel 1973, arrivato secondo al Premio Strega e venduto in 130 mila copie in un anno. Non si fidava, evidentemente, anche se non sempre gli era andata male, specialmente con “Venga a prendere il caffè da noi” di Alberto Lattuada (da “La spartizione”), meno bene con “La stanza del vescovo” di Dino Risi, “Il cappotto di Astrakan” di Marco Vicario e “Il piatto piange” di Paolo Nuzzi. Non a caso, lo scrittore di Luino, scomparso nel 1986, teorizzava: «Vendere un libro al cinema è come vendere un cavallo: si può sperare che il padrone lo tratti bene, non lo sforzi, lo nutra a dovere, ma poi non si può andare a vedere come sta. Il nuovo padrone lo può anche macellare».

Un po’ quanto accade con “Il Pretore” di Giulio Base, che nasce sotto le migliori intenzioni grazie all’interesse amorevole dell’attrice varesotta Sarah Maestri, ma disperde la forza di quel tardivo romanzo di successo, “boccaccesco” e comico solo in apparenza, come ebbe a scrivere Vittorio Sereni, amico di Chiara: «Attraverso l’ilarità o la franca comicità di certe situazioni si sente nell’aria (o meglio è sottilmente presente al lettore col senso di un presagio) l’incombere di una catastrofe piccola o grande, o piuttosto il presentimento della disgrazia, dell’infortunio: la pantomima a un passo dal dramma».

Hai voglia a teorizzare, come fa Base, chissà se d’accordo con lo sceneggiatore Dino Gentili, che «la trama è la più antica del mondo: lei, lui, l’altro; e che sono più che mai attuali i personaggi con le loro dinamiche squallide: anche negli anni Trenta esistevano scambio di favori sessuali e raccomandazioni». Il regista dice pure «d’essersi sforzato di mantenere il giusto equilibrio tra commedia di costume e dramma umano, sperando che il pubblico ritrovi nel film il sorriso amaro del romanzo». Ma allora perché alterarne così vistosamente l’epilogo di Chiara, ben più agro e triste, dove echeggiano addirittura tre decessi, con una coda ancor più aspra nel finalissimo ambientato quarant’anni dopo?

Forse, davvero, “Il pretore di Cuvio” andava lasciato in pace, lì dove riposa, dalle parti della Valcuvia, a un passo di quel Lago Maggiore teatro di tante storie pensate con l’occhio alle debolezze umane, tra gusto dell’elegia e ritratto grottesco. Il film, pur pantografando in buona misura le situazioni narrate dalla pagina scritta, con l’eccezione incomprensibile del finale volto in burletta/pochade, non restituisce il sapore lacustre di quell’intreccio in bilico tra ingordigia sessuale, furbizia piccolo borghese e risvolti malinconici. Del resto, Chiara aveva pensato per il ruolo di protagonista a Nanni Svampa, uno dei quattro Gufi; mentre Base ha ingaggiato Francesco Pannofino, doppiatore straordinario di George Clooney e Denzel Washington, ma attore debordante e sempre sopra le righe, quasi non fosse mai uscito dal set di “Boris”.

Il risultato è, appunto, “Il Pretore”: un film curioso sulla carta proprio per la sua manifesta inattualità, forse più adatta a un uso televisivo da prima serata; ma loffio nella sostanza, perché tutto giocato solo su un registro esagitato e bozzettistico, che alla lunga diventa monocorde.

La vicenda, per chi non conoscesse il romanzo (Oscar Mondadori), è così riassumibile: nei primi anni Trenta, in epoca fascista, il pretore di Cuvio, tal Augusto Vanghetta, cerca di portarsele a letto tutte, senza andare tanto per il sottile, approfittando del potere conferitogli dallo Stato, tranne la moglie Evelina, trattata alla stregua di “una pozza sterile”. Il cinquantenne bassetto e bruttino è capace di straordinarie performance sessuali, sempre concluse da gran bevute di latte; la consorte, magra ed emaciata, quasi liquefatta a causa di quel disinteresse settennale, sembra aver perso ogni voglia di vivere, finché non conosce il giovane e timide avvocato Mario Landriani, assunto dal marito infoiato sia per lavorare meno in ufficio sia per coltivare certe ambizioni da drammaturgo teatrale. Avrete capito che Vanghetta, di povere origini e cresciuto di rango approfittando della dabbenaggine altrui, vive nel culto della propria virilità, sicuro della posizione acquisita e lesto a infilarsi in ogni alcova, anche in quella di una finta contessa con pretese da attrice. Ma non ha fatto i conti con quella specie d’amore che, complice un devastante temporale, nascerà tra la moglie e l’assistente. Con esiti inattesi, compresa una gravidanza subito al centro della chiacchiera paesana.

Le buffe maldicenze di due signore in riva al lago, dette in lombardo stretto, fanno da cornice alla storia, e sono la cosa più riuscita del film. Bombardato dalla musica, recitato spesso con piglio da filodrammatica, e non per scelta stilistica, in un rincorrersi di amplessi, faccette, ipocrisie e fanfaronate di provincia. Di Pannofino s’è detto; Sarah Maestri fa Evelina, prima pallida, fantasmatica, e poi rincuorata dalla passione erotica; Mattia Zàccaro Garau è il giovanotto creduto fesso, ingenuo, solerte, e invece capace di insinuarsi nel ménage di Vanghetta, fino a prenderne, diciamo, il posto.

Nel dubbio, un consiglio: meglio spendere 9 euro per il libro che 8 per il film.

Michele Anselmi

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LA REPLICA DI GIULIO BASE ALLA RECENSIONE

Caro Michele, ovviamente rispetto il tuo punto di vista critico, anche se non lo condivido, pure per certi toni che trovo brutali. Ma, dato che nell’articolo fai una domanda, rispondo: il finale l’aveva cambiato il Chiara stesso nella sceneggiatura del film che avrebbe voluto dirigere. Aggiungo che ciò che per te è la cosa migliore, cioè le pettegole, l’abbiamo inventata; nonostante il libro sia meglio del film.

Saluti, Giulio Base

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