Grand Budapest Hotel: se Wes Anderson gioca a rifare Lubitsch

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Scrive Stefan Zweig, romanziere e drammaturgo ebreo-austriaco (1881-1942), in “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo”: «Inerme e impotente, dovetti essere testimone della inconcepibile ricaduta dell’umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata e che risorgeva invece col suo potente e programmatico dogma dell’anti-umanità». La barbarie era quella nazista, infatti nel 1933 le opere letterarie di Zweig vennero letteralmente bruciate per ordine di Hitler, spingendo lo scrittore a riparare, di lì a poco, in Gran Bretagna, dove morì.
Wes Anderson confessa di essersi ispirato ai romanzi di Zweig per inventare, insieme a Hugo Guinness, la storia di “Grand Budapest Hotel”, film leggero ma non inconsistente, elegante ma non stucchevole, all’apparenza una sorte di scherzo cinefilo che omaggia Lubitsch, Wilder, Goulding e chissà quanti altri registi di quel cinema mitteleuropeo praticato tra le due guerre mondiali, ma nell’epilogo lambito dalle ombre lunghe del nazismo arrembante.

«Il suo mondo era svanito prima che vi entrasse, ma lui ne sostenne l’illusione con grazia magistrale» sentiamo filosofeggiare alla fine. Lui è monsieur Gustave, ovvero Ralph Fiennes (doppiato da Francesco Prando) con baffetti, marsina, papillon e capelli ondulati: un mitico consierge d’albergo, nella fattispecie l’esclusivo Grand Budapest Hotel che si staglia in tutto il suo splendore in cima a montagne innevate, nell’immaginaria Repubblica di Zubrowska che fa il paio con il nome esotico di certi staterelli dell’Est europeo, da Impero austroungarico, inventati dal cinema, tipo Sylvania o Ruritania.
In effetti, con le sue servitù, le sue gerarchie, i suoi riti, i suoi arredi, la clientela che viene e va, l’hotel di lusso è un contenitore perfetto per ambientarvi storie romantiche sulla dolcezza del vivere prima dell’Apocalisse o trame giallo-rosa con qualche cadavere di vecchia signora.
Anderson, regista di film come “I Tenenbaum” o “Moonrise Kingdom”, fitti di personaggi eccentrici almeno quanto i loro costumi, qui si allontana ancora di più dal natio Texas per immergersi in un mondo da operetta squisitamente anni Trenta, dopo due veloci passaggi temporali. Dal 1985 si retrocede al 1968, in un Grand Budapest Hotel già a un passo dal disarmo, e da lì si dipana il lungo flashback in chiave di ricordo, affidato al ricco proprietario, tal Zero Mustafà, che proprio in quei saloni, nei panni di un giovanissimo fattorino, conobbe tanti decenni prima il consierge specializzato in buone maniere.

Rosa cipria, rosa confetto, rosso e prugna sono i colori dello sfarzo tra le due guerre, quando l’albergo incastonato tra le montagne era meta di aristocratici, vecchie signore e tombeur de femmes. Goloso di un dolce chiamato “Courtesan au chocolat” e incapace di separarsi dal profumo “Air de Panache”, l’impeccabile Gustave finisce in carcere accusato ingiustamente di aver raggirato e avvelenato una decrepita contessa di lui innamorata per aggiudicarsi l’eredità; noi sappiamo che non è vero, ma per ripicca il consierge e il suo amico garzoncello rubano un quadro classico di inestimabile valore, “Ragazzo con la mela”, mettendo al suo posto un erotico Egon Schiele. Il perfido Dimitri, che aspirava ai soldi della ricca zia trapassata, è pronto a tutto pur di spuntarla, aiutato da un vampiresco killer in cappottone di pelle nera che taglia dita, spara e accoltella.
È l’inizio di una rocambolesca avventura che porterà l’inappuntabile consierge perfino in carcere, tra loschi figuri poi non così cattivi, mentre la “Società delle Chiavi Incrociate”, una sorta di sacra alleanza di portieri d’hotel, si attiverà per dare una mano all’illustre collega una volta evaso e in lotta con il tempo.

“Grand Budapest Hotel” può essere visto, a seconda dei gusti, come un divertissement un po’ vuoto o un esercizio di stile che si ispessisce strada facendo. Gioco dei formati, lavoro sui colori, effetti speciali all’antica maniera, soprattutto un’atmosfera stravagante, che stinge nella nostalgia di un mondo perduto per sempre, sopraffatto appunto dalla ferocia nazista che irrompe sulla scena quando tutto sembra volgere al meglio.
Fitto di partecipazioni illustri, da Tilda Swinton a Bill Murray, da Willem Dafoe a Jeff Goldblum, da Owen Wilson ad Harvey Keitel, da Edward Norton a Tom Wilkinson, più Léa Seydoux, F. Murray Abraham, Jude Law, Saoirsie Ronan, il film scorre via piacevolmente fuori moda, a tratti incantevole nel bozzetto frivolo, nella battuta salace, nell’invenzione degli sfondi irreali, con bizzarri riferimenti alla “febbre dello scriba” o all’“influenza prussiana”.
Poi, certo, ci si può anche annoiare: dipende se il surrealismo gentile e poetico di Anderson conquista o lascia indifferenti.

Michele Anselmi

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