Volonté ricordato a Bari: l’attore che quando pensava sullo schermo non faceva finta

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Era il novembre 1989. Gian Maria Volonté, allora cinquantacinquenne, girava a Roma “Tre colonne in cronaca” dei fratelli Vanzina. Scelta eccentrica, tale da destare qualche scetticismo nell’ambiente del cinema engagé, poco abituato a incontri così audaci. Ma lui, con oltre quaranta film alle spalle e premi di ogni tipo, non aveva bisogno di dimostrare alcunché: la sceneggiatura, tratta dal libro di Corrado Augias e Daniela Pasti, era ben scritta, e il personaggio, un abile direttore di giornale ispirato chiaramente a Eugenio Scalfari ma senza la barba, gli era parso interessante da interpretare.
Non che l’attore avesse voglia di concedere interviste, anche una conferenza stampa era una sofferenza; ma grazie ai buoni uffici di Giovanna Gravina il sottoscritto riuscì ad avere un appuntamento in un hotel del centro, verso le sette di sera. Un’incombenza da sbrigare in una mezzora; invece Volonté ci prese gusto, alle dieci eravamo ancora lì a parlare, tra acqua minerale, whisky e tartine, e fu l’avvio di una frequentazione curiosa, che andò avanti, tra alti e bassi, fino alla sua morte, nel dicembre del 1994. Con qualche mese di anticipo rispetto al triste ventennale, il festival di Bari, diretto da Felice Laudadio, ricorda ora l’attore torinese: tra testimonianze, saggi, proiezioni, tavole rotonde.

Non che fosse uomo facile, Volonté. Bastava poco, anche una parolina storta, a farlo irritare di brutto. A quei tempi viveva con Angelica Ippolito nella bella casa di campagna, a Velletri, appartenuta a Eduardo. S’era messo in testa di coltivare kiwi e per un po’ l’impresa aveva funzionato. Io lavoravo a “l’Unità”, lui aveva militato nel Pci, per poi allontanarsene. Ma credo che la simpatia nascesse da altro: gli suonavo alla chitarra canzoni folk di Woody Guthrie e Pete Seeger, anche qualcosa in italiano di De André e Guccini o certe vecchie ballate sessantottine. Insomma, non mi vedeva come un giornalista rompiscatole che cercava di estorcergli qualche aneddoto curioso su Sergio Leone.
Poi, se era in serata buona, le storielle che piacciono ai cronisti venivano fuori. Come quella volta che raccontò di una scena tagliata nell’epilogo di “Per un pugno di dollari” dove faceva Ramon il messicano, doppiato da Nando Gazzolo: un condor spacciato per avvoltoio doveva beccare gli occhi dei cadaveri dopo la sparatoria finale, ma un macchinista colpì l’animale in testa con un sasso per farlo muovere e quello cadde stecchito. Sequenza tagliata per mancanza di un altro condor…
In effetti i giornalisti poco gli piacevano, specie dopo il tumore al polmone oggetto anni prima di articoli non sempre rispettosi. La prima volta che mi invitò a Velletri, una domenica di primavera, per gustare il suo famoso riso alla milanese, capii subito che non era aria. Stava per uscire uno dei suoi film più belli, “Porte aperte” di Gianni Amelio, e un quotidiano romano aveva intitolato l’intervista con lui: «Voglio un cinema a porte aperte». Titolo quanto mai infelice: il fascismo cianciava ipocritamente di un’Italia dove si poteva vivere “a porte aperte” perché regnava l’ordine e nessuno rubava nelle case altrui, ma il film diceva tutt’altro, trasformandosi in un’alta lezione morale contro la pena di morte, pur rivendicata per sé da un pluriomicida. Volonté scaraventò in terra il quotidiano, mi guardò quasi fossi io “il colpevole” del misfatto, e il pranzo non fu tanto allegro. Più tardi sarebbe salito in camera sua a telefonare all’amico Oreste Scalzone, allora “esule”, diciamo così, a Parigi.
Però, sfuriate a parte, era davvero un uomo gentile, profondo, denso, uno dei pochi attori – aveva ragione Amelio, col quale poi litigò per “Lamerica” – che quando stava zitto sullo schermo non dava l’impressione di pensare per finta: pensava davvero e si vedeva. Lo stesso quando parlava: «L’italiano non è l’italiano, l’italiano è ragionare» scandiva alla siciliana, ormai smagrito e stoico, in “Una storia semplice” di Emidio Greco, sempre tratto da Sciascia, di fronte a un pessimo ex allievo diventato ottuso e arrogante Procuratore della Repubblica.

Michele Anselmi

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