Il cinema mangia i soldi dell’arte?

Ecco un po’ di dati illuminanti per capire lo stato di salute del cinema italiano. In un servizio comparso lo scorso 4 marzo su “La Notizia”, Marco Castoro lancia un duro attacco all’industria dello spettacolo nostrano. Cito l’incipit dell’articolo: “il cinema si mangia i soldi dell’arte – nel disastrato bilancio del ministero, 187 milioni di euro vanno ai film, ovvero più dello stanziamento ai beni archeologici e culturali di tutta Italia. I fondi pubblici per il cinema non vanno solo per finanziare opere prime o registi emergenti, ma anche corazzate come i cinepanettoni o La grande bellezza e la maggior parte delle opere finanziate non vede mai le sale”. Il cinema dunque si mangerebbe i soldi dell’arte e lo stato investirebbe invano. Scrive il giornalista: “il mondo del cinema vive e si moltiplica con l’assistenzialismo. Inutile girarci intorno ma dall’era Veltroni in poi, il ministero dei Beni culturali ha alimentato un’industria che – va detto – a sua volta dà lavoro e mantiene tantissima mano d’opera. Ma che purtroppo sopravvive soltanto grazie ai fondi erogati. Sì, d’accordo, esiste pure qualche eccezione”. Prendendo di mira l’allora ministro della Cultura, si ricorda l’innalzamento dei contributi da 8 a 12 miliardi di lire per le opere prime e seconde, oltre alla creazione di un fondo speciale per la produzione di cortometraggi, finanziabili fino al 90%. Grazie agli aiuti all’esercizio, iniziò allora il boom delle multisale.

È giusto si chiede l’articolista “dare ancora soldi a Pieraccioni, Ozpetek, Verdone, che hanno la strada spianata?”. Perché no? Se così non fosse, ci troveremmo di fronte a una discriminazione a priori, che non troverebbe giustificazione nel nostro dettato costituzionale. Non mi pare che la critica sin qui avanzata sia giustificata alla luce dei risultati. Notiamo infatti che nel corso del 2013 sono stati erogati 187.356.000 di euro al cinema, di cui 91. 934.000 euro per finanziare la produzione e la distribuzione dei film, pagare le attività di promozione dell’istituto Luce-Cinecittà, del Centro Sperimentale di Cinematografia e del Festival di Venezia. Nello stesso anno i contributi per il tax credit sono stati pari a 95.422.000 di euro. Passiamo allo stato di salute delle sale: sono 3.936 i cinema che risultano attivi al dicembre 2013. Di questi, sono passati al digitale già 2.434. Sono però a rischio le sale più piccole, soprattutto i cinema d’essai, che non hanno risorse sufficienti per abbandonare la pellicola. Di queste, almeno 60 rischiano di chiudere. Bene è andato il flusso degli spettatori, che sono cresciuti a dispetto della crisi economica che ha investito il paese: 93.507.000 sono i biglietti staccati, con un + 2% rispetto al 2012. Tirando le somme, il cinema italiano è costato allo stato un po’ meno di 300 milioni. Chi si lamenta di questa somma tutt’altro che ingente, dovrebbe guardare a come si comportano gli altri paesi europei. In Francia ad esempio lo stato investe circa 1.000 milioni per l’intero comparto audiovisivo, più di tre volte tanto che da noi. E i risultati si vedono.

Roberto Faenza

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