Noah. Un Mad Max biblico guida un’opera di forte impatto emotivo

Concretizzando il proprio sogno, Darren Aronofsky, dichiaratosi non credente, propone un’epopea biblica quale non si era mai vista. Non adattamento letterale ai Testi, ma tentativo di interrogarsi su essi, Noah si presenta quale opera dalla struttura atipica, pellicola che riesce a mescolare i generi con straordinaria coerenza. L’ambizione che porta al risultato è quasi senza precedenti. Il regista avrebbe potuto accontantarsi di una sommaria ispirazione alle Sacre Scritture sì da non offendere nessuno, devoti ed atei, tuttavia il “progetto” abbraccia l’Antico Testamento con un aplomb che incute rispetto senza mai (s)cadere nell’illustrazione volgare. Coadiuvato alla fotografia da Matthew Libatique, l’autore allestisce un forte immaginario iconico: ritroverà così l’onirismo fatto immagine di L’albero della vita, preoccupandosi meno delle simmetrie e optando per una luce più naturale per il resto del tempo.

L’azione ha inizio Prima del diluvio. La terra è già devastata dal mal seme umano. La prima parte è concepita quale racconto classico. Un padre di famiglia assediato da visioni apocalittiche si prepara a sopravvivere. Aronofsky è ben consapevole: il pubblico conosce la storia di Noé (un efficace Russel Crowe) e non mette in discussione le sue premonizioni. Questo punto di vista contribuisce all’accettazione del testo biblico nella sua reinterpretazione (racconto mitologico che riconduce lo spettatore all’immaginario epico-fantasy sulla scia di Il signore degli anelli) e, di conseguenza, mette lo spettatore nella situazione di parteggiare per l’“eroe”, tifando per lui anche quando i fatti degenerano, l’acqua sale inesorabile e l’uomo sembra votato alla follia senza rimedio.

Fin dai primi istanti la pellicola ci appare quale racconto/riflessione sull’uomo fratturato tra bene e male. Un percorso interiore conduce il protagonista (una sorta di Mad Max biblico) a conoscere le asperità del libero arbitrio. Esse conducono alla follia o all’accettazione dei propri sentimenti. Al centro un discorso figurativo dove l’essere umano si muove calpestando immagini digitali, volutamente finte, posticce. Il seme di Adamo procede attraverso scenari digitali guardando cieli dipinti artificiosamente.
Il racconto biblico non è solo pretesto per introdurre un personaggio tormentato all’interno della narrazione. Aronofsky evita strutture e, al contrario, complica la trama inserendo temi forti sviluppati brillantemente in un racconto di precetti teologici che narra la natura umana e il suo spirito di autodistruzione. La favola si fa sempre più nera mentre Aronofsky gioca con la violenza per scioccare lo spettatore catturandone l’attenzione. Protagonista, la violenza dell’uomo contro l’uomo.

Istanti carichi di pathos ci aspettano a diluvio iniziato all’interno dell’Arca. Aronofsky gioca avvalendosi di un montaggio serrato e dialoghi quanto mai efficaci, sì che il film d’ora in avanti parrà pièce giocata sulle tavole di legno dell’immensa imbarcazione/ palcoscenico. Le scene possiedono l’appeal epico di un grande narratore teatrale. Nonostante i giovani interpreti scelti per ricoprire i ruoli dei figli di Noé (Emma Watson, Douglas Booth e Logan Lerman) siano latori d’interpretazioni sterili e inamidate, a farla da padrone sul versante femminile, smagrita e intensa, è la performance di Jennifer Connelly: leonessa nel difendere le nipoti dal pugnale del marito, l’attrice è artefice d’una recitazione vigorosa, nello sguardo e nei gesti.

Chiara Roggino

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