Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve. Invito a guardare avanti da una Svezia insolitamente solare

Adattare per il cinema un romanzo di successo è sempre un’operazione complicata, perché crea, automaticamente, aspettative altissime da parte dei lettori, sfidando inoltre attori e registi a fare il meglio possibile. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson, edito in Italia da Bompiani, è stato il libro più venduto in patria nella scorsa stagione, forse anche per l’insolito modo in cui raccontava la Svezia. Dipinta non come il luogo triste e freddo conosciuto attraverso il cinema di Bergman o dall’ondata dei noir scandinavi, ma come un posto allegro e pieno di scorci piacevoli. Un anziano, Allan Karlsson, nel giorno del suo centenario decide di fuggire dall’ospizio dov’è ospitato, dando inizio ad una nuova e esaltante avventura. Perché se Allan, ad una prima occhiata, può sembrare un comune vecchietto, attraverso i suoi racconti, scopriamo che, in realtà, è un personaggio straordinario che ha conosciuto Franco, Stalin e diversi presidenti americani. Un uomo che ha lavorato al progetto Manhattan e che, a cent’anni suonati, si trova ad essere inseguito da malviventi e polizia. Del resto ha un solo credo: «Accettare la vita per quella che è, giorno per giorno. Senza prenderla mai sul serio».

Quasi fosse un Forrest Gump del Nord. Ma è proprio nel confronto con la pellicola con cui Robert Zemeckis vinse l’Oscar nel 1994 che si possono vedere tutti i difetti del film diretto da Felix Herngren. Perché il regista scandinavo sceglie sempre la strada più facile, lasciando al lato umano una piccola parte della sua attenzione in favore di una scelta di regia principalmente orientata alla commedia. Si assiste, in questo modo, ad una sequenza di sketch in cui sono presenti grandi personalità della storia del secolo scorso, sebbene il film, così come il libro, voglia troppo confrontarsi con il mito americano. Così l’origine svedese di Allan Karlsson viene messa in secondo piano per conferire una maggiore internazionalità della pellicola con la conseguenza di assistere ad un continuo déjà vu che ci porta, sempre, alla scatola di cioccolatini di Tom Hanks. La riduzione cinematografica di Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve non è che un occasione mancata perché ad un libro di grande interesse non ha fato seguito un film altrettanto meritevole. Un vero peccato, perché il messaggio che vorrebbe dare è chiaro e importante. Allan, in fin dei conti, sta facendo quello che dovremmo fare tutti noi: non preoccuparci del futuro, usare di più l’istinto senza indugiare troppo sul passato.

Marco Scali

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