Nymphomaniac: Volume II. Questioni di polarità

L’uscita della seconda parte di Nymphomaniac rigorosamente nella versione censurata – quindi non licenziata da Lars von Trier – spinge il pubblico e la critica a una riconsiderazione dell’opera, che riesca contemporaneamente a leggerne le valenze complessive e ad evidenziarne le singolarità che costituiscono i due volumi. Dopo l’uscita della prima parte, com’era prevedibile, si è scatenata una vera e propria corsa alla critica anche da parte di spettatori non professionisti, forse spinti in sala dal desiderio dello scandalo; questo spiega la presenza di molte valutazioni negative sulla rete che additano a Nymphomaniac una insufficiente qualità visiva e registica. Si tratta evidentemente di commenti che vanno presi con le pinze, mentre più legittime possono apparire le detrazioni di coloro che sindacano sulla complessità del lavoro del regista e sul rapporto fra etica ed estetica.

Parlare del Volume II senza fare riferimento al precedente è piuttosto difficile, anche considerando che il merito tecnico non è cambiato di molto, considerando che si tratta in realtà di due facce della stessa medaglia. Anche in questo caso non si possono non riconoscere le doti registiche nell’impaginazione visiva e nell’uso esuberante e sbrigliatissimo della sintassi, sulla quale spesso si inscrive un vero e proprio mediascape di segni con funzione di commento o integrazione. Mutata, forse in meglio, appare invece la caratterizzazione dei personaggi; Joe – interpretata dall’ormai musa Gainsbourg – lasciata come una specie di animale predatore affamato e insaziabile, si ripresenta qui come una donna fragile, vittima di una profonda crisi che la spinge a riconsiderare la sua posizione nel mondo e in relazione agli altri. Va da sé, si tratta di una ricerca che non avrà soluzione (e l’epilogo non fa che confermarcelo), ma questa nuova sfumatura contribuisce a definire il carattere del personaggio in un piacevole tuttotondo.

Su tutti, forse anche più che sulla ninfomane, emerge Jerome (Shia Laboeuf), che dopo essere apparso piuttosto sacrificato nel primo lungometraggio, emerge qui con la forza titanica di una positività che per quasi tutto il film rimane intoccabile. Rappresentando un polo bianco assoluto, Jerome diventa il simbolo del femminile e del materno, in un’economia di genere che viene continuamente riscritta e ridefinita dalla grande capacità inventiva del cineasta. Dal punto di vista recitativo, la più grande trovata riguarda però Jamie Bell, universalmente ricordato per il lacrimoso Billy Elliot e qui tramutato dal regista in un sadomasochista dall’aspetto volutamente freddo e inquietante. È evidente che questa scelta è almeno in parte mutuata dalla volontà di von Trier di giocare con il proprio pubblico e con le sue conoscenze/reminescenze cinematografiche, attraverso la perturbante strategia di rovesciamento che ribalta del tutto i valori associati ai personaggi che hanno fatto la storia dei suoi interpreti.

Nel complesso, Nymphomaniac: Volume II è in qualche senso più riuscito del precedente: forse leggermente meno ambizioso dal punto di vista linguistico, il prodotto guadagna senza dubbio in completezza drammaturgica e profondità filosofica, andando a integrare perfettamente le strade aperte dalla prima pellicola.

Giuseppe Previtali

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