Zanussi, i Papi fatti santi e il nuovo male polacco: le multinazionali

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Da Varsavia, dove sta dando gli ultimi ritocchi al nuovo film intitolato “The Foreign Body”, girato tra le Marche, la Polonia e la Russia, il 74enne regista Krzysztof Zanussi accetta volentieri di parlare col “Secolo XIX” della santificazione dei due pontefici decisa da papa Francesco. L’uno, Giovanni XXIII, l’ha conosciuto in tempi remoti e ne serba un ricordo gentile, affettuoso; l’altro, Giovanni Paolo II, l’ha conosciuto bene, da vicino, tanto da dedicargli un film nel 1981, “Da un Paese lontano”.

d. Signor Zanussi, lei è di casa in Italia. Parla bene la nostra lingua. Domenica 27 aprile Roma sarà invasa da 3 milioni di fedeli, in occasione della canonizzazione dei due Papi. Una moltitudine di gente. Si direbbe che, di fronte a questa squassante crisi economica, fors’anche spirituale, si avverta un nuovo bisogno di santità, di spiritualità, di affidamento alla religione. Lei è d’accordo?
r. «Parlerei di un enorme buco spirituale. Che non può durare sempre, è contrario alla natura dell’uomo. Tutti noi abbiamo bisogno, credo, anche di una dimensione metafisica, fa parte della natura umana. Lo osservo in varie religioni, anche lontane dal Cristianesimo: non possiamo vivere di solo pane. La nostra condizione è molto precaria».
d. Per questo si respira una gran voglia di sacro, o se preferisce di santità? In fondo questi due nuovi santi, due pontefici così amati dai fedeli, anche per il loro linguaggio schietto, un po’ ci somigliano. Una scelta solo giusta o anche scaltra da parte di papa Francesco?
r. «Una bella coincidenza, direi. Papa Roncalli e papa Wojtyla hanno qualcosa in comune: un certo ottimismo e una grande semplicità. Magari ci vorrebbe un vaticanista per valutare appieno il pensiero di papa Francesco e del suo predecessore Ratzinger, che preparò le due canonizzazioni. La scelta è felice, non mi sembra “scaltra”. Non sono stati Papi cerimoniali, hanno fatto uscire la Chiesa dai sacri recinti, avvicinando la terra al cielo, ci ricordano che la santità è una vocazione per tutti».
d. Ha una preferenza tra i due?
r. «I loro sono stati due pontificati diversi, nella lunghezza e nella sostanza. Mi sono sentito più vicino a Wojtyla, per tanti motivi. Sono polacco, l’ho conosciuto prima che diventasse Papa e penso abbia avuto grande impatto nel cristianesimo moderno. La sua enciclica “Fide et Ratio” mi è molto cara: scienza e ragione non hanno ragione di essere in conflitto con la fede».
d. Lei sa che il cardinal Martini, prima di morire, espresse dei dubbi sulla beatificazione di Wojtyla? Trovava non sempre «felici» le nomine dei collaboratori; eccessivo l’appoggio ai movimenti, «trascurando di fatto le Chiese locali»; imprudente «il suo porsi al centro dell’attenzione, specie nei viaggi, con il risultato che la gente lo percepiva un po’ come il vescovo del mondo».
r. «Ho letto, ho letto. Vede: l’antagonismo tra i due s’è avvertito anche durante la loro vita, non sono sorpreso. Temperamenti diversi. Martini, forse, non aveva una percezione così drammatica dell’esistenza. Proprio ciò che fa di Wojtyla un Santo più forte, contro una vita appiattita e banalizzata. Ricorda la verità della nostra condizione umana. Ho sentito parlare di santità eroica ai tempi dell’attentato e di santità mistica nella sofferenza degli ultimi anni. Nel portare simbolicamente la croce, Giovanni Paolo II ha operato una scelta privata sulla quale preferisco non pronunciarmi. Ma è vero che chi cerca di nascondere la morte ha ricevuto una lezione».
d. Papa Francesco sembra aver scelto una via pastorale diretta, anche nel comunicare oltre che nell’agire. Le piace il suo “stile” così alla mano, popolare, francescano? Giuliano Ferrara sostiene polemicamente in un libro che «Questo Papa piace troppo». Crede che, mettendo l’interlocutore in una posizione di parità, pure con queste due canonizzazioni a effetto, l’attuale pontefice riuscirà a farci sentire più vicini al Sacro?
r. «Io sono un uomo riservato, conosco solo la testimonianza dei mass-media, che certo operano un filtro nel presentare l’attività di Sua Santità. Sono più curioso dei suoi atti sul piano amministrativo: in effetti c’è bisogno di una pulizia. I suoi primi passi sono belli, nobili, ma le attese sono ancora più grandi».
d. Che cos’è un santo per lei, cosa significa “pregare” un santo così vicino a noi anche nel tempo? Soprattutto: crede ai miracoli compiuto da papa Wojtyla?
r. «I miracoli sono secondari, non sono poi così interessato ad essi. Già una vita bella e piena mi pare un miracolo. Un santo è un uomo di speranza e insieme un peccatore. Ci sono tanti santi non proclamati dalla Chiesa che considero tali. Mia madre, ad esempio».
d. Il suo primo film, “La struttura del cristallo”, risale al 1969. Da allora ne ha girati quasi trenta, incluso “L’anno del sole quieto”, Leone d’oro a Venezia 1984. Questo nuovo, il cui titolo internazionale suona “The Foreign Body”, rientra in una sorta di ricerca sui temi della spiritualità?
r. «Spero di sì. È una storia complessa, incentrata sul rapporto tra un giovane manager italiano, che ho chiamato Angelo non a caso, e due donne: una ragazza polacca di cui è innamorato, ma che vorrebbe prendere i voti, e la cinica dirigente del ramo polacco della multinazionale per la quale lavora».
d. Non ci sono santi?
r. «Dipende. Racconto un conflitto tra mentalità, tra diverse etiche: quella corporativa della multinazionale e quella che si rifà ai valori cristiani europei. Il tema della multinazionale per me è una novità. Penso che ci sia una nuova forma del Male, un altro tipo di totalitarismo che mi fa paura perché consuma la dignità umana. Non si compra il lavoro, ma la persona. Temo una certa Europa degenerata e americanizzata, svuotata degli ideali di libertà e uguaglianza di un tempo. Spero che il direttore della Mostra di Venezia, Alberto Barbera, mi chieda di vederlo».
d. Tornando a papa Francesco, dica la verità: le piace?
r. «Lo trovo pieno di speranza. Oggi ci vuole un Ercole…».
d. Ne discende che Ratzinger non era all’altezza?
r. «Ratzinger non è stato un grande amministratore. Ma non lo era neanche Wojtyla, se è per questo: più pastore, filosofo e comunicatore. Non ha fatto la riforma della Curia, per farla ci vuole qualcuno con i doni di Pio XI. Ma ho fiducia in Francesco».
d. Verrà a Roma per la canonizzazione?
r. «No. Preferisco seguire la giornata dalla tv. Sarà perché nella folla mi trovo sperso, poco a mio agio».

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