Tracks: l’Australia a piedi (con quattro cammelli) per ritrovare se stessa

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

«I viaggi coi cammelli non cominciano e non finiscono. Semplicemente cambiano forma». Parola della scrittrice australiana Robyn Davidson, bella signora bionda e audace, assai famosa in patria. Nel 1977, appena ventisettenne, presa da un’insofferenza esistenziale in parte legata al suicidio della madre, si buttò in una presa pazzesca, destinata a diventare epica: un viaggio da sola, in compagnia di quattro cammelli e del fedele cane nero Diggity, dalla centrale Alice Springs all’Oceano Indiano, attraverso il cuore rovente di quello che viene detto l’”outback” australiano, per un totale di 2.700 chilometri. Ne venne fuori un reportage per il “National Geographic”, illustrato dagli scatti del fotografo americano Rick Smolan, e poi un libro autobiografico, “Tracks”, molto popolare da quelle parti, ora portato sul grande schermo dal regista John Curran, protagonista assoluta l’intrepida Mia Wasikowska.

Bene fece il direttore Alberto Barbera a prenderlo in concorso alla scorsa edizione della Mostra del cinema, gemellandolo idealmente con l’italiano “Via Castellana Bandiera”: un’altra storia al femminile, però di segno contrario, all’insegna di un’utopia ottimista che sbullona qualche pregiudizio e non inchioda il destino dei personaggi a un’inerzia ossessiva. Naturalmente “Tracks – Attraverso il deserto” non esisterebbe senza Mia Wasikowska, purtroppo neanche presa in considerazione dalla giuria per la Coppa Volpi. Lanciata dalla versione americana di “In Treatment” e poi assurta a protagonista di “Alice in Wonderland” di Tim Burton, l’attrice di Canberra ha deciso di tornare a vivere dalle sue parti dopo aver girato questo film. Non facile, faticoso, ambientato sotto un sole che spella, tra deserti e distese sconfinate, dopo un discreto training psico-fisico necessario per misurarsi con i cammelli. «Quando sei ferma da troppo tempo, non resta che lasciare tutto e andartene» sostiene nell’incipit la scalpitante ragazza. Capelli biondi, spirito indipendente, abiti da figlia dei fiori e una grinta indomabile, pure un po’ irresponsabile, Robyn non è così diversa dal protagonista di “Wild”, il film di Sean Penn diventato la Bibbia dei nuovi “trackers”. Solo che qui la storia finì bene, nessuno muore.

Il film, classico nell’andamento, magari bombardato da troppa musica, ma fine nell’impaginare le tappe del viaggio, è di quelli che prendono: un “on the road” avventuroso senza sottotesti ideologici, anche perché l’ostinazione di Robyn, decisa a mettersi alla prova fino ai limiti estremi della sopravvivenza, viene spiegata a metà. Lei va, non sente ragioni, e se accetta di farsi raggiungere una volta al mese dal fotografo, che un po’ la ammira e la ama, è solo perché ha bisogno dei 4.000 dollari garantiti dal “National Geographic” per pagarsi attrezzatura e viveri.
Sola con i propri pensieri e incubi, a tratti felice di scambiare due parole con il vecchio aborigeno che la guida nei passaggi più impervi del viaggio, la donna emerge dal film come protagonista di un’esperienza formativa estrema, certo non raccomandabile. «Quel lungo periodo di solitudine, quasi sette mesi, mi aiutò a rimettere insieme i pezzi della mia personalità» racconta la vera “camel lady”, seduta ieri accanto all’attrice, ora scura di capelli, che la incarna con dedizione estrema.
«Non avevo più girato un film in Australia da quando avevo 17 anni» confessa Mia Wasikowska. Scelta sacrosanta. È brava, bravissima, nel restituire l’impazienza ribelle e imbronciata della ragazza, già allora inseguita dai giornalisti senza che lei avesse fatto nulla per finire in prima pagina. Oggi un’impresa del genere sarebbe seguita dal satellite.

Michele Anselmi

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