Alabama Monroe e la sua musica: perché bluegrass non significa country

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Il 9 settembre 1996 morì, a quattro giorni dal suo 85esimo compleanno, Bill Monroe, il cosiddetto padre del bluegrass, di sicuro uno dei più significativi musicisti americani del Novecento. Il giorno dopo un solo giornale italiano, “l’Unità”, pubblicò un articolo sul defunto, e non per particolare sensibilità o conoscenza: il sottoscritto vi lavorava in qualità di critico cinematografico, ma suonando il dobro, uno degli strumenti tipici di quella musica popolare che tutti confondono da sempre con il country, non fu difficile imporre almeno un colonnino di 45 righe. Un epicedio velocemente affettuoso, senza neanche la foto.

Nel cupo film di Felix Van Groeningen “Alabama Monroe”, titolo italiano suggestivo ma infedele all’originale “The Broken Circle Breakdown”, quel cognome evoca proprio la figura di Bill Monroe, nato nel 1911 a Rosine, Kentucky, in una baracca di legno in mezzo ai boschi da qualche anno restaurata, e morto appunto nel 1996 in Tennessee, a due passi da Nashville. L’uomo era destrorso, repubblicano, molto devoto, nel 1972 non volle incidere con i giovani hippy della Nitty Gritty Dirt Band il fondamentale triplo album “Will the Circle Be Unbroken”, che ripercorreva in 37 brani la storia della musica bluegrass, coinvolgendo vecchi e nuovi artisti, in una sorta di ideale cerchio da non rompere mai. La canzone, scritta nel 1907 da Ada R. Habershon in chiave di inno cristiano, ma tante volte cambiata nel testo e negli accordi fino a diventare di dominio pubblico, apre “Alabama Monroe” e fa anche da filo conduttore alla storia, sia pure rovesciando i termini del lutto: il brano parla infatti di un figlio che raccomanda al becchino, all’”undertaker”, di guidare piano nel portare verso il cimitero la salma della madre; il film, all’opposto, di due giovani genitori belgi, due musicisti di bluegrass interpretati da Veerle Batens e Johan Heldenberg, che piangono la figlia di sette anni uccisa da un tumore.

Bluegrass. Cioè erba blu, nel senso di bluastra, luminescente, quella che cresce in certi stagioni nel Kentucky, detto appunto “Bluegrass State”. Proprio Bill Monroe, mandolinista elegante e cantante dotato di timbriche altissime da “high lonesome sound”, battezzò nel 1938 i membri della sua band “Bluegrass Boys” e da quell’incontro fertile vennero fuori evergreen, capolavori senza tempo, come “Blue Moon of Kentucky”, “Wayfaring Stranger”, “Gold Rush”, “Sitting Alone in the Moonlight”, “Cant’You Hear Me Calling?”, “Kentucky Waltz”, “Walls of Time” e infiniti altri. Magari sono titoli che, eccetto il primo, eseguito anche da Elvis Presley, vi dicono poco o nulla. Eppure hanno costituito l’ossatura di una musica rigorosamente acustica, nata tra i monti Appalachi, dove fa freddo, si lavorava in miniera e non c’erano cowboy, unendo sensibilità diverse: il blues, il gospel, i “reel” irlandesi e scozzesi, vecchie canzoni old time, anche un po’ di swing.
Gli strumenti usati? Cinque o sei in tutti, sempre a corda: mandolino, banjo, chitarra, contrabbasso, violino e dobro (una chitarra reso fonica dal suono slide).

Ci sono tante barzellette sul tema, la più nota forse è questa: «Quanti suonatori di bluegrass servono per cambiare una lampadina? Quattro: uno per svitarla e avvitarla, mentre gli altri tre si lamentano del fatto che è elettrica». A dire che i “bluegrassari”, così li chiamano a Roma, dove crebbero come funghi all’epoca del film “Un tranquillo week-end di paura” per via del minaccioso brano strumentale “Duelling Banjos”, cercano solo il suono acustico, il più puro e naturale, non contraffatto da aggeggi elettrici, al massimo microfoni per amplificarlo un po’.

Ricky Skaggs, uno dei musicisti bluegrass più noti e stimati, un polistrumentista dalla voce melodiosa e potente, ha registrato un disco qualche anno fa che intitolò con bel gioco di parole forse intraducibile in italiano: “Country Rocks but… Bluegrass Rules”. Suppergiù: il country colpisce e piace ma il bluegrass domina e detta la linea. A ricordare, senza voler fare i puristi, che in effetti sono due musiche diverse, a partire dai testi, oltre che dalle sonorità, e ci si sbaglia a confonderle. Anche perché, comunque la si pensi politicamente, non è mica vero che i suonatori di bluegrass siano tutti dei reazionari redneck con la Bibbia in mano, pronti a picchiare i neri o gli irregolari.
La musica bluegrass parla infatti di minatori poveri, della fatica del tirare avanti, delle medicine che mancano, della solitudine in montagna, delle donne che sfioriscono presto, degli uomini che bevono per dimenticare, di banditi alla macchia e dell’amore: disperato, sfortunato, infelice. Anche di Dio, certo: sempre invocato, glorificato, qualche volta tradito e maledetto. Addirittura bestemmiato, come fa Didier, il banjoista con la barba e gli stivali da cowboy che pure canta i gospel, in una scena cruciale di “Alabama Monroe”, nelle sale dall’8 maggio.

Michele Anselmi

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