Hiroshima mon amour, torna in sala il capolavoro di Resnais

Tra i film simbolo della Nouvelle Vague, Hiroshima mon amour (1959) torna in settanta sale italiane dal 28 aprile, a poche settimane dalla scomparsa del suo regista, Alain Resnais. La pellicola è stata sottoposta ad un lungo restauro dalla Cineteca di Bologna nell’ambito del progetto Il Cinema ritrovato. Causa numerosi tagli, il film debuttò nei cinema italiani orfano di varie scene, tra le più emblematiche della pellicola che oggi, così, potranno essere svelate agli spettatori nelle sale italiane.

Due corpi si intrecciano nel buio di una stanza. Una schiena nuda, mani serrate per trattenere voluttà. È passione tra una giovane attrice francese (Emanuelle Riva) a Hiroshima per girare un film sulla pace e il suo amante giapponese (Eiji Okada). Al di là dell’eros, il sentimento tra i due è tanto forte da risvegliare nella donna vecchie ferite sottopelle: il primo amore consumato con un soldato tedesco a Nevers. Due città, due tempi si intrecciano, quattordici anni dopo il disastro nucleare. La tragedia fa parte del passato pur rimanendo incisa nella memoria e nei corpi dei personaggi.

Presentato a Cannes e premiato dalla stampa, il film nasce quale opera su commissione della Argo. Resnais era stato scelto per realizzare un film sulla pace. Termine difficile quest’ultimo, specie in un’epoca dove il recente conflitto bellico, generando una società traumatizzata, minacciava l’insorgere di un nuovo olocausto tra popoli. Dice la donna in Hiroshima mon amour: “Tutto si ripeterà”. L’autore è un archeologo alla ricerca di brandelli di vita e pensieri occultati dal tempo, persi nei meandri della mente. Egli mette in evidenza la stretta dipendenza tra morte e rinascita insieme all’impossibilità di un oblio vuoto di ricordi. Ma Hiroshima mon amour è anche un film sul presente, così come Resnais è un lettore del presente: si circonda così di personaggi quali Marguerite Duras, abile tessitrice di dialoghi, donna cresciuta in Indocina, il cui stile cupo, intenso, crudo si adatta come un guanto all’opera del cineasta.

Come mescolare il presente alle atrocità del 6 agosto 1945, le ferite personali, la scoperta passionale? Livellando in primo luogo qualsiasi forma di gerarchia, di classe, razza, sofferenza. Due personaggi si incontrano nella città giapponese. Lui ha vissuto a Hiroshima, lei era a Nevers durante i bombardamenti, subendo umiliazioni altrettanto violente: quella delle donne che l’hanno punita, rapata a zero, per saziare la sete di vendetta di un popolo soggetto a quattro anni di accuse e minacce. Uomo e donna si piacciono, le loro sofferenze e i loro corpi si incontrano. Per Resnais la pace non può provenire da accordi governativi: nell’incontro tra i due protagonisti non ci sono interferenze politiche, soltanto l’anelito di comprendere e comprendersi. L’autore crea i suoi personaggi donando loro una vita che rinasce suo malgrado. Ovunque c’è vita: tra le rovine di una tragedia, nelle sale da tè aperte fino a giorno. C’è altrettanta vita agli angoli delle strade dove i due personaggi si perdono. La città è grande corpo pulsante: mantiene la memoria del dolore e si nutre dell’energia della sua disperazione.

Chiara Roggino

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