Locke (il filosofo non c’entra): un assolo perfetto per Tom Hardy

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

A Venezia 2013 non gareggiava in concorso perché arrivato tardi, quando gli altri tre titoli britannici erano già stati ufficialmente invitati. Così rivelò il direttore Alberto Barbera e bisogna fidarsi: polemica chiusa, quindi. Più importante che “Locke” esca finalmente nelle sale, sia pure in un maggio già caldo e poco favorevole ai grandi incassi.
Non si parla del filosofo inglese seicentesco bensì di un ingegnere edile di nome Ivan Locke alle prese con un’ora e mezza alquanto infernale. Scritto e diretto dal britannico Steven Knight per Tom Hardy, unico protagonista in scena, il film è una di quelle cine-sfide che partono come esercizio di stile, evocando la scansione degli eventi in tempo reale, e via via si impongono per il resto: qualità drammaturgica, prova d’attore, forza delle situazioni, tensione crescente. Più di “Buried” o di “127”, per fare due esempi abbastanza recenti.

Qui è l’interno di un lussuoso Suv l’unico set, mentre l’autostrada di notte diffonde bagliori e rumori. Incarnato da un barbuto Tom Hardy, così umano e diverso dal terrificante Bane del “Cavaliere Oscuro – Il ritorno”, Locke sala in auto alle nove di sera. L’uomo è nervoso, e presto scopriremo perché: una donna con la quale ebbe una fugace scappatella, mesi prima, sta per partorire, e ora lo vuole accanto a sé. Solo che Locke è felicemente sposato, con due figli, e la mattina successiva l’aspetta in cantiere una rischiosa colata di calcestruzzo da 350 tonnellate.
In 85 minuti esatti, quanto dura il viaggio verso l’ospedale londinese, “Locke” scandisce l’odissea personale dell’uomo. “A decent man”, per dirla all’inglese, che non vuole seguire le orme del padre scellerato, pronto a perdere tutto pur d’essere onesto con se stesso. E intanto si moltiplicano, in un crescendo di tensione, le telefonate di fuoco: della moglie, dell’amante partoriente, dei capi e dei sottoposti. A un certo punto tutto sembra cadere addosso allo sventurato, e tuttavia, forse memore di Max Frisch, Locke riuscirà a rendersi “homo faber” del proprio destino.

Steve Knight, classe 1959, già sceneggiatore per Frears e Cronenberg oltre che regista di “Redemption – Identità nascoste”, è autore coi controfiocchi. Si vede da come trasforma l’abitacolo dell’auto in un luogo dell’anima, dove il lucido ingegnere sotto pressione mette alla prova se stesso, senza deflettere mai dal rigore morale, che debba affrontare intoppi pratici o disastri familiari. Una scommessa vinta anche per il 36enne Hardy, oggi “clean and sober” dopo essere arrivato a un passo dall’autodistruzione causa alcol e droghe. A suo modo un film perfetto.

Michele Anselmi

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