Marina. La storia di una canzone per parlare di immigrazione e dignità

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Marina, Marina, Marina
ti voglio al più presto sposar
Marina, Marina, Marina
ti voglio al più presto sposar
Oh mia bella mora no non mi lasciare
non mi devi rovinare oh no, no, no, no, no
Oh mia bella mora no non mi lasciare
non mi devi rovinare oh no, no, no, no, no

D’accordo, il ritornello celeberrimo di “Marina” non sarà equiparabile a una rima di De André e nemmeno a una di Battisti. Ma poi, a dirla tutta, che cosa importa? Composta un po’ per caso nel 1959 da Rocco Granata, un giovane calabrese arrivato in Belgio dieci anni prima per raggiungere con mamma e sorella il padre minatore a Waterschei, la canzoncina fece la fortuna del fisarmonicista e della sua casa discografica, diventando nel tempo un classico evergreen da 100 milioni di dischi. Vera o no la cifra, “Marina”, registrata come lato-B del 45 giri “Manuela”, è una melodia semplice e accattivante, che non si dimentica: tutti quelli sopra il mezzo secolo d’età se la ricordano, e di sicuro alla canzone si deve la moda, in voga tra fine anni Cinquanta e primi Sessanta, di battezzare Marina tante fanciulle nate nel periodo del “boomeconomicoseicentofiat”, per dirla con Guccini.

Ora un film italo-belga di Stijn Coninx, prodotto dal nostro Cristiano Bortone insieme ai fratelli Dardenne e Peter Bouckaert, ricostruisce la genesi di quel motivetto perfetto, dal testo magari non troppo profondo ma sincero anche nella sua manifesta ingenuità sintattica (chissà perché dice all’inizio «mora ma carina»), per parlare d’altro: di emigrazione, di integrazione, emarginazione, pregiudizi, dignità, fatica, umiliazione, talento. Anche di fortuna, perché no?
Il vero Rocco Granata, classe 1938, oggi vive ad Anversa, fa tournée nel mondo da solo o insieme a Toto Cutugno, parla tre o quattro lingue, ma non ha dimenticato la cadenza tipica di Figline, il paesino calabrese dal quale partì alla volta del Belgio nel 1948. Nel film, lungo due ore, abbastanza tradizionale nell’impianto, pieno di affondi melodrammatici ma non piagnone o retorico, Rocco è interpretato da due attori: il piccolo Christian Campagna e il più grande Matteo Simoni. Bravi entrambi nel restituire la strana emancipazione di questo “spaghetti boy” che seppe rovesciare il destino che sembrava già scritto per lui, figlio di minatore e avviato ad essere egli stesso minatore, in base alle disposizioni ferree allora in voga nel “civilissimo” Belgio. In cinquantamila partirono dall’Italia del dopoguerra per cercare lavoro in quelle miniere di carbone, pronti a spezzarsi la schiena, ad ammalarsi di silicosi, spesso a morire di grisù o a causa di crolli. Chi non ricorda la tragedia di Marcinelle, nel 1956?

Il film, girato opportunamente in due lingue, anzi tre, cioè il dialetto stretto calabrese, l’italiano e il fiammingo, parte dall’inizio, appunto da quel cruciale 1948: quando Salvatore Granata, il papà di Rocco, decide di partire, da solo, per il Belgio. Un anno dopo si fa raggiungere dalla moglie Ida e dai figli Rocco e Wanda, ma l’arrivo dei tre in quella baraccopoli in mezzo al fango, sotto un cielo plumbeo e freddo, non somiglierà al sogno, semmai a un incubo. Il piccolo è vivace, scaltro, si dà da fare per imparare subito la lingua in modo da aiutare i genitori ad integrarsi meglio; e da subito – licenza poetica degli sceneggiatori – si invaghisce della bionda figlia di un commerciante piuttosto xenofobo. «Vai via zingaro!» si sente apostrofare il ragazzo, il quale, piuttosto combattivo e fiero, risponde: «Non sono zingaro, sono italiano». Magari non andò così nella realtà. Ad ogni buon conto, “Marina” ricostruisce, in un intrecciarsi di drammi, umiliazioni e accadimenti vari, l’apprezzabile vicenda umana e artistica di questo ragazzo con il mito di Dean Martin deciso a non seguire le orme paterne, a non sentirsi sempre “forestiero”: prima meccanico di Vespe, poi suonatore di fisarmonica nei locali da ballo, infine musicista professionista. Fino al trionfo alla newyorkese Carnegie Hall, il 22 novembre del 1959. Solo allora il padre, sempre scettico nei confronti del talento del figlio o forse solo rassegnato a una dignitosa vita da minatore, si lascerà sfuggire tra le lacrime di commozione: «Grazie per tutto, Rocco. Non fu inutile».

Il film è abbastanza bello, ben fotografato e recitato, accurato nella ricostruzione d’ambiente, neanche così prevedibile sul piano drammaturgico nonostante l’andamento biografico desunto dai ricordi del vero Rocco Granata, in buona misura artefice del progetto nato nel 2007 con una telefonata al regista belga. Luigi Lo Cascio e Donatella Finocchiaro sono i due precisi genitori di Rocco, Evelien Bosmans la bionda belga non insensibile al fascino italico che diventa, nella finzione, l’ispiratrice della canzone, il cui titolo pare venne dalla pubblicità di un tipo di sigarette vista su un muro. Cinema di buoni sentimenti, il resoconto di un’integrazione possibile, ma neanche troppo “buonista” o idealizzata. Volendo ci si può anche commuovere (al sottoscritto è successo).

Michele Anselmi

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