Le ombre di Hiroshima: il trauma nel J-horror

Si è recentemente celebrato l’anniversario del tragico evento di Černobyl’, trauma irrisolto e forse non sufficientemente permeato all’interno della discorsività artistica e cinematografica. Appena qualche decennio prima, sul finire di una caldissima e bellicosa estate giapponese, veniva sganciata su Hiroshima e Nagasaki una nuova arma di distruzione di massa, significativamente realizzata con la medesima tecnologia che avrebbe portato all’esplosione della centrale nucleare sovietica. A partire da questi dati di fatto, una interessante linea di ricerca potrebbe essere quella di indagare le modalità di permanenza dell’immaginario traumatico della bomba nella memoria visuale del globo.

Un’analisi del genere non può non prendere le mosse dal Giappone, luogo della cicatrice, sito dello strappo mai completamente rimarginato, epitome delle oscenità partorite dal folle progressismo di stampo pseudo-hegeliano che ancora pare animarci. È indubbio che moltissime produzioni cinematografiche e televisive dell’arcipelago nipponico portino i segni del disastro subito, nella forma particolare delle “ombre naturali” che hanno costellato i luoghi più prossimi all’epicentro dell’esplosione. L’abnorme quantità di calore scaturita dalla caduta della bomba ha a tutti gli effetti incenerito i corpi degli abitanti, fondendoli con l’ambiente circostante e lasciando di loro niente più che un’impronta. Il termine non è ovviamente casuale e rimanda alla distinzione semiotica proposta da Greimas e secondo la quale la fotografia ha per l’appunto uno statuto indicale. Fotografie della morte, vite registrate su un supporto dallo statuto precario: ecco cosa sono le ombre di Hiroshima.

Prendiamo in considerazione due testi capitali per la definizione del J-horror contemporaneo: Pulse di Kurosawa Kiyoshi e Ring di Nakata Hideo. In entrambi – sembrerebbe – è capitale la persistenza di questo ricordo apocalittico, per quanto in modo apparentemente subliminale. In ambedue i film l’intreccio della vicenda ruota significativamente intorno alla presenza di alcune entità che, morte prematuramente, acquisiscono il rango (non certo innovativo per il cinema horror) di non trapassate e abitano un limbo che si inscrive nella medialità (il computer o la videocassetta). Esse consegnano la memoria del loro trauma a un supporto di natura indicale, che costituisce l’estrema testimonianza del loro esserci state. Più ancora, in Pulse questa lettura spiegherebbe in maniera semplice e piuttosto intuitiva la misteriosa scelta di fare in modo che i corpi delle “vittime” sparissero lasciando niente più che una macchia nera su una parete, un vero e proprio negativo di un corpo scomparso, fragile e pronto a dissolversi in un istante, proprio come le “fotografie naturali” di Hiroshima.

A partire da qui sembrerebbe possibile scavare in alcuni dei prodotti più commerciali degli ultimi anni per illuminarli attraverso un’ottica diversa e più impegnativa, verificando la persistenza e le eventuali modificazioni di un immaginario collettivo strettamente radicato alle esperienze del passato.

Giuseppe Previtali

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