Solo gli amanti sopravvivono? Forse, ma i vampiri hanno proprio rotto

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Per favore, non mordeteci più sul collo. Vogliamo essere più chiari? Che noia tutti ‘sti vampiri al cinema, in tv, nella letteratura, pure nella pubblicità sulle gengive sane. Hanno rotto. Era il 1967, Roman Polanski, appunto con “Per favore, non mordermi sul collo!”, protagonista la sua povera moglie Sharon Tate, due anni dopo uccisa e straziata dai “figli di Satana” di Charles Manson, si divertì a parodiare affettuosamente i piccoli film horror in economia della britannica casa Hammer. Ne venne fuori un catalogo buffo di situazioni tipiche del cinema “vampiresco”, epurate della loro componente più macabra, per far risaltare il lato fiabesco e avventuroso, a tratti esplicitamente comico, come nella scena finale dello specchio che illuminava non la diversità del vampiro ma quella dei mortali.

Da allora, ciclicamente e nelle più diverse modalità, il cine-vampiro s’è di nuovo risvegliato dal sonno diurno per mettersi a succhiar sangue ai danni dei comuni mortali, sentendosi molto figo, spesso sensuale e insidioso, di un seduttivo pallore aristocratico fatto convivere con più agguerriti look estetici, fino alle più eccentriche rivisitazioni. Nel cine-gergo hollywoodiano dette “reboot”, nel senso di risuolare il genere, come nel caso dell’infinita saga di “Twilight” di ispirazione letteraria: 5 film dal 2008 al 2012.

Ormai s’è raschiato il fondo del barile. Non puoi fare un passo senza inciampare in un vampiro. Mica il vecchio Dracula col mantello foderato di rosso che si alza dalla bara nella cripta. Macché: spesso ragazzi o ragazze affamati di sesso estremo, professori e medici, rockstar, intellettuali decadenti o decaduti. Perfino il giovane presidente Lincoln, in “La leggenda del cacciatore di vampiri”, si specializza nel piantare paletti nel cuore di quelle creature malefiche e cangianti.

Adesso è la volta di Jim Jarmusch, sì il regista minimalista dai candidi capelli venuto dall’Ohio, classe 1953, autore di film spesso stravaganti e intelligenti come “Stranger than Paradise”, “Down by Law,”, “Mistery Train”, “Broken Flowers”. Il 15 maggio esce “Solo gli amanti sopravvivono”, che passò l’anno scorso in gara a Cannes senza lasciare traccia: trattasi di una meditazione in trance, alla moda, ricolma di strizzatine d’occhio erudite e divagazioni “cool”, sul tema del vampirismo nel terzo Millennio. «Una storia d’amore non convenzionale fra un uomo e una donna, Adam e Eve. Questi due amanti sono l’archetipo degli outsider, classicamente bohémien, estremamente intelligenti e sofisticati, eppure ancora in possesso dei loro istinti animali», scrive Jarmusch sulle note di regia parlando di «metafora riflettente». E ti credo. Sono vampiri centenari, in azione sin dal XV secolo, anche se si conservano benone, avendo i visi e i corpi elegantemente asciutti dei britannici Tilda Swinton e Tom Hiddleston.

Lui, Adam, si nasconde a Detroit, l’ex capitale dell’auto vampirizzata dalla crisi economica, sembra un po’ Syd Barrett dei Pink Floyd, compone musica suggestiva e la registra nascosto in una villetta gotica, circondato da chitarre vintage: una Gibson L2 del 1905, una Supro del 1959, una Silvertone del 1960, una Gretsch modello “Chet Atkins” (le cito perché fanno parte del gioco per palati fini). Lei, Eve, dimora a Tangeri, ha fluenti capelli bianchi, ascolta quasi in estasi il gracchiante 45 giri “Funnel of Love” di Wanda Jackson, esce ovviamente solo la notte per raggiungere l’amico omosessuale Kit, che poi sarebbe il poeta e drammaturgo Christopher Marlowe, morto ufficialmente nel 1593 ma s’intende trasformato in vampiro, sempre piuttosto arrabbiato col rivale e “impostore” Shakespeare e oggi piuttosto male in arnese per via del sangue che scarseggia o è contaminato.

Già perché l’idea attorno alla quale si sviluppa “Solo gli amanti sopravvivono”, nel tentativo di aggiornare il panorama di opzioni possibili, è che i vampiri del ventunesimo secolo trovino avventato, da retrogradi, mordere sul collo quei noiosi degli umani, sicché preferiscono procurarsi il prezioso e vermiglio nettare umano in laboratori scientifici o robe del genere. All’occorrenza tirano fuori fiaschette d’argento o bicchierini da vino dolce e, slurp, il sangue va giù, come fosse eroina purissima, riattivando per un attimo i mitici canini. Ma riescono perfino a trarne dei ghiaccioli appuntiti che – risate in sala – leccano golosamente.

Una scemenza? Abbastanza, anche perché non capisci bene se Jarmusch si prenda sul serio o faccia lo spiritoso nel citare a man bassa Shelley, Byron, Poe, Hank Williams, Twain, Faust, Caligari, Einstein, Darwin, eccetera, facendo di questi due amanti che si ritrovano spersi a Detroit, per poi tornare assetati a Tangeri in cerca di vene pulsanti, simboli di qualcosa. Tipo, appunto, due outsider d’eccezione, fragili e in pericolo, esposti «al comportamento irresponsabile di chi detiene il Potere». Mah!

Magari non se ne può più. Sarà perché da qualche anno siamo circondati dai vampiri, di ogni foggia, età e condizione sociale. Sottratti per ovvie esigenze di aggiornamento all’iconografia classica ottocentesca, insomma i romanzi di John Polidori e Bram Stoker, i moderni Nosferatu hanno invaso piccolo e grande schermo. Talvolta anche con fantasiosa e dolente originalità, come nel caso del norvegese “Lasciami entrare” di Tomas Alfredson. All’opposto, il nostro Dario Argento ha provato a rinverdire la leggenda originaria con “Dracula in 3D”, e la parodia involontaria ha fatto il resto facendo precipitare tutto nel ridicolo. Soprattutto dopo il romantico “Twilight”, esecrato dai palati fini e tuttavia bevuto dagli adolescenti, specie fanciulle, il cinema ci ha dato dentro con denti aguzzi, colli straziati e litri di caramello rosso, variando sul tema: da “Daybreakers” a “Shadowhunters”, senza dimenticare, per restare agli anni Duemila, i precedenti “Van Helsing” e “Underworld”. E la tv, memore del successo inatteso della serie “Buffy l’ammazzavampiri”, non è stata da meno sul versante teen-ager: “True Blood, “Blood Ties”, “The Vampire Diaries”, “Moonlight”, eccetera.

Eros e Thanatos, espressionismo e surrealismo, post-romantici e neo-dandy: tutto si mescola nel cosiddetto Immaginario Giovanile mentre l’emoglobina calma la sete centenaria e l’allegoria, anche la più strampalata, rilancia il mito esangue. «Meglio finire nella fauci di un lupo che in una tomba di vampiro», avverte Bram Stoker nel suo “Dracula” scritto nel 1897. Per fortuna anche coi licantropi il cinema ha dato. Passiamo ad altro?

Michele Anselmi

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